Anche nel settore Giustizia man mano che si sale verso il vertice
delle organizzazioni che la amministrano, a partire da tribunali
e procure, la percentuale di donne presenti si assottiglia
sensibilmente. Tradotto in numeri vuol dire che su 8.940 magistrati
, il 41% è di
sesso femminile, ma se si scorrono le posizioni apicali
(presidenti di tribunali o di corte d'appello, procuratori generali,
presidenti di sezione della cassazione) troviamo solo il 4%
di donne: appena 22 contro 440 colleghi maschi. Migliora
leggermente la situazione a classifica intermedia. I posti
semidirettivi occupati da donne sono l'11% del totale: 77 su 645.
Una ricerca aggiornata al 16 maggio 2007, commissionata dal
Consiglio superiore della Magistratura, l'organo di autocontrollo
dei
giudici
previsto dalla nostra Costituzione e -secondo la stessa- guidato
dal capo dello Stato, rivela che la maggior presenza femminile
in posizione apicale si concentra nel distretto di Milano (17%):
indipendente dalla funzione svolta, le donne sono complessivamente
piu' degli uomini (53%). Spicca il nome di Livia Pomodoro,
Presidente del Tribunale nel capoluogo lombardo, una vita
spesa in difesa dei diritti dell'infanzia, docente universitario
e in passato anche capo di gabinetto del Guardasigilli.
A bilanciare questa situazione in tutti i sensi rosea viene
in soccorso il confinante distretto di Brescia dove tutti
le poltrone più importanti
sono occupate uomini. Situazione analoga a Bologna e Perugia,
mentre peggiora negli uffici giudiziari di Sassari, Salerno,
Campobasso, Bari, Taranto, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria,
Catania e Messina dove non c'è traccia di donne. Nelle regioni
meridionali che si distinguono per la maggiore concentrazione
maschile nelle funzioni direttive, svetta Campobasso: tra
i magistrati le
donne rappresentano il 36%, nessuna di loro, però ha fatto
carriera dopo aver vinto il concorso per entrare in magistratura.
Le note più incoraggianti arrivano dagli "incarichi fuori
ruolo" che
consentono al magistrato di abbandonare temporaneamente la
toga e ricoprire incarichi presso i ministeri, il Parlamento
e le istituzioni: in 1 caso su 3 viene scelta un'esponente
femminile. Cambia musica se i magistrati
vengono eletti e non nominati per concorso: fra i componenti
togati del Csm, che si e' insediato nel 2006 e restera' in
carica fino al 2010, si contano quattro donne, piu' due tra
i componenti eletti dal Parlamento. Una scelta, frutto di una
decisione politica, di cui al momento dell'insediamento del
nuovo Plenum si compiacquero anche il Presidente Giorgio Napolitano
e il vicepresidente Nicola Mancino. Ci fa piacere anche ricordare
Fernanda Contri, primo e ancora unico giudice costituzionale
fra 34 giuristi che si sono avvicendati alla Consulta. Per
gli autori della ricerca, la scarsa presenza di donne ai vertici
degli uffici puo' avere varie cause, in primo luogo l'ingresso
nell'ordine giudiziario consentito solo a partire dal 1963. La carriera
del magistrato si sviluppa di norma tra i 35 e i 55 anni e
dunque oggi riguarda chi ha fatto questa scelta professionale
negli
anni
'70. Una presenza massiccia di donne in magistratura si comincia
ad avvertire solo piu' tardi: erano meno del 3% nel '71, oltre
il 10% solo dieci anni dopo, ma nell'ultimo concorso è stato
stravinto da aspiranti giudici donna.
E poi il dilemma di tutte: la carriera comporta rinunce e sacrifici
sul piano privato, come disponibilita' al trasferimento che vede
favoriti gli uomini rispetto alle colleghe. Accade cosi' che una
prima 'scrematura' avvenga gia' al momento della pubblicazione di
un concorso, quando le donne, pur avendo titoli per competere, non
fanno neppure la domanda, sapendo che non potrebbero comunque accettare
un trasferimento.