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Quali sono le relazioni fra madri che lavorano e i loro figli?

Renata Polverini
Quali sono le relazioni fra madri che lavorano e i loro figli?
Cosa incide di più sullo sviluppo dei bambini: la quantità del tempo che gli dedicano le loro mamme o dalla soddisfazione delle madri lavoratrici?
Di questo si è parlato nell'incontro "Madri che lavorano e capitale umano dei figli", in calendario al Festival dell'Economia.
Prima di ogni valutazione è stato ricordato che l'Italia ha due record negativi a livello europeo: tasso di natalita' e numero di donne occupate.
Ce lo ha ricordato anche Christopher Flinn, docente di Economia all'Universita' di New York e studioso di welfare. "Fare figli in Italia è molto costoso, soprattutto per ragioni di cultura. Inoltre i figli rimangono in casa a lungo e le condizioni economiche spesso mortificano la voglia di maternità e paternità" .
Nonostante i recenti, timidi tentativi di apertura come l'avvio di asili nido aziendali e delle prime esperienze di telelavoro, per l'economista americano "il mercato del lavoro avrebbe bisogno di una maggiore liberalizzazione per favorire le occasioni di rientro delle donne a partire dal part-time e dall'introduzione di migliori politiche di conciliazione".
In realtà le italiane desiderano fare figli, ma il loro desiderio di maternità viene spesso frustrato.
Secondo le statistiche, infatti, le giovani donne (tra i 18 e i 29 anni) dichiarano di voler avere due figli nel 61% dei casi, tre nel 25% e soltanto il 12% delle intervistate vorrebbe solo un figlio. Queste cifre, messe in relazione da Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica di Milano, hanno prodotto un dato impressionante: in Italia non sono nati 6 milioni di bambini negli ultimi 30 anni. Per Flinn, pur avendo raggiunto ottimi livelli qualitativi, l'assistenza all'infanzia in Italia non è ancora adeguata ai tempi del mercato del lavoro.
Per incoraggiare le madri, ha concluso, deve diventare una risorsa maggiormente credibile." Sul fronte della ricerca economica i risultati disponibili finora non sembrano creare una causalità forte fra lavoro delle madri e conseguenze, in termini di successo o in successo dei figli.
Bisogna inoltre ricordare che il capitale umano è un investimento, frutto di un processo dinamico che coinvolge due fattori: soldi e tempo. Incrociando questi dati emerge che l'occupazione a tempo pieno della madre comporta effetti negativi molto limitati, mentre il part time produce lievi benefici che sono molto evidenti se si esamina lo stato psicologico nella madre. Lo stress si accentua invece se la madre lavora a tempo pieno.
Ciò che maggiormente influisce, più che la condizione occupazionale della madre, è il suo tasso di istruzione, come ben è stato evidenziato negli studi del Nobel Gary Becker.
Se la madre ha un buon livello di istruzione, anche se lavora, il figlio tenderà ad avere maggior successo nella vita e nel lavoro, anche per via di un positivo effetto di imitazione. Inoltre è particolarmente importante capire perché la madre sceglie di lavorare: se si tratta di motivazioni di tipo economico o se entrano in gioco altri fattori.
E' poi interessante valutare se nel contesto sociale dove vive la famiglia esistono adeguati surrogati, come la disponibilità di nonni e parenti, per sopperire alla mancanza di tempo di una madre che lavora perchè questo può fare la differenza. "Per misurare la qualità del figlio - ha concluso Flinn - occorre sommare tre fattori: le scelte familiari (gli input), l'ambiente esterno (scuola e mercato del lavoro) e, infine, i talenti innati dell'individuo. Ecco perché la valutazione è tanto difficile. Un fattore che, invece, sicuramente influisce molto sul successo dei figli è la struttura della famiglia.
Alcuni studi condotti negli Stati Uniti (dove metà dei matrimoni si conclude con un divorzio) dimostrano come i figli di genitori separati o di madri non sposate hanno, in media, risultati peggiori nella vita."