La Rete non è solo intrattenimento e tecnologia. Oltre che
strumento di conoscenza è anche un luogo per promuovere campagne
civili in difesa dei diritti umani. Un esempio è quello riguardante
due giornalisti curdi condannati a morte in Iran. La loro vicenda
sta mobilitando il Web con iniziative altrimenti impossibili.
Di Roberto Reale
Un caso diplomatico fra Iran e Italia? Il duro confronto internazionale
sulla condanna a morte di Adnan Hassanpour e Abdolvahed Boutimar
non può essere letto solo così. Certo l’impegno
italiano contro la pena capitale ha dato fastidio al governo iraniano,
come pure le prese di posizione dell’Unione Europea. Ma la
vicenda dei due giornalisti curdi, al momento in attesa dell’esecuzione,
sta provocando anche una mobilitazione del mondo che ruota intorno
ai blog e a internet. In Italia è stata una raccolta di firme
promossa in Rete da Information
Safety and Freedom e Articolo
21 a portare in primo piano il caso. Nel mondo sono
stati i blog a segnalarlo all’opinione pubblica internazionale.
Navigando in Internet si trova un sito
dedicato ad Adnan Hassanpour di cui si chiede la
liberazione . “Molti innocenti
sono stati uccisi in Iran. Non lasciate che accada ad Adnan” si
legge nelle note redatte in inglese. Anche su Youtube si trovano
filmati che invitano alla mobilitazione. E il primo effetto prodotto è stato
quello di attirare l’attenzione dei grandi media britannici,
cominciando dalla BBC fino al quotidiano Guardian.
L’obiettivo che a livello internazionale tutti si pongono è salvare
queste due vite. Quello che i media possono fare è tenere
i riflettori accesi sulla vicenda. Chi sono Adnan e Abdolvahed? Perché sono
stati condannati? Si possono avere elementi in più sulla biografia
dei due giornalisti curdi? Sicuramente c’è materia per
lavorare per tutti coloro che avessero la possibilità/volontà di
produrre un lavoro d’inchiesta sull’argomento. E non
c’è neanche molto tempo da perdere.
Utilizzando la Rete si trovano già notizie importanti su siti
come Iran Press Service. Un
articolo pubblicato il 4 agosto ci dà elementi d’informazione molto significativi. La
sentenza , emessa al termine dei un processo a porte chiuse, li ha
trovati colpevoli di “attività tese a sovvertire la
sicurezza nazionale, spionaggio, di aver rilasciato interviste a
media stranieri”. Ma l’accusa principale è racchiusa
in una parola, “Mohareb”, di essere cioè dei combattenti
nemici dell’Islam. Caso Rushdie a parte, è la prima
volta dai tempi della rivoluzione di Khomeini che una simile imputazione
( passibile di pena di morte) viene utilizzata contro dei giornalisti.
L’articolo ironizza anche sul ruolo della difesa nel processo
chiedendosi se non sia il caso di parlare di collaboratori del pubblico
ministero.
Ma questo è un particolare meno rilevante. Quello che conta è che
per reati politici ( per tanti aspetti di opinione legati alla loro
attività professionale) due persone corrano il tremendo rischio
di essere impiccate. Sono oggi detenute- in attesa degli eventi -
a Sanandaj, capoluogo di una provincia nell’Iran Occidentale.
Cercare di salvarli è un obiettivo che accomuna tutti i gruppi
che si battono per la difesa dei diritti umani. In qualsiasi paese
vengano chiamati in causa.