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6 agosto 2007
Due Vite da salvare
Sito dedicato a Adnan Hasanpour

La Rete non è solo intrattenimento e tecnologia. Oltre che strumento di conoscenza è anche un luogo per promuovere campagne civili in difesa dei diritti umani. Un esempio è quello riguardante due giornalisti curdi condannati a morte in Iran. La loro vicenda sta mobilitando il Web con iniziative altrimenti impossibili.

Di Roberto Reale

Un caso diplomatico fra Iran e Italia? Il duro confronto internazionale sulla condanna a morte di Adnan Hassanpour e Abdolvahed Boutimar non può essere letto solo così. Certo l’impegno italiano contro la pena capitale ha dato fastidio al governo iraniano, come pure le prese di posizione dell’Unione Europea. Ma la vicenda dei due giornalisti curdi, al momento in attesa dell’esecuzione, sta provocando anche una mobilitazione del mondo che ruota intorno ai blog e a internet. In Italia è stata una raccolta di firme promossa in Rete da Information Safety and Freedom e Articolo 21 a portare in primo piano il caso. Nel mondo sono stati i blog a segnalarlo all’opinione pubblica internazionale. Navigando in Internet si trova un sito dedicato ad Adnan Hassanpour di cui si chiede la liberazione . “Molti innocenti sono stati uccisi in Iran. Non lasciate che accada ad Adnan” si legge nelle note redatte in inglese. Anche su Youtube si trovano filmati che invitano alla mobilitazione. E il primo effetto prodotto è stato quello di attirare l’attenzione dei grandi media britannici, cominciando dalla BBC fino al quotidiano Guardian.
L’obiettivo che a livello internazionale tutti si pongono è salvare queste due vite. Quello che i media possono fare è tenere i riflettori accesi sulla vicenda. Chi sono Adnan e Abdolvahed? Perché sono stati condannati? Si possono avere elementi in più sulla biografia dei due giornalisti curdi? Sicuramente c’è materia per lavorare per tutti coloro che avessero la possibilità/volontà di produrre un lavoro d’inchiesta sull’argomento. E non c’è neanche molto tempo da perdere.
Utilizzando la Rete si trovano già notizie importanti su siti come Iran Press Service. Un articolo pubblicato il 4 agosto ci dà elementi d’informazione molto significativi. La sentenza , emessa al termine dei un processo a porte chiuse, li ha trovati colpevoli di “attività tese a sovvertire la sicurezza nazionale, spionaggio, di aver rilasciato interviste a media stranieri”. Ma l’accusa principale è racchiusa in una parola, “Mohareb”, di essere cioè dei combattenti nemici dell’Islam. Caso Rushdie a parte, è la prima volta dai tempi della rivoluzione di Khomeini che una simile imputazione ( passibile di pena di morte) viene utilizzata contro dei giornalisti. L’articolo ironizza anche sul ruolo della difesa nel processo chiedendosi se non sia il caso di parlare di collaboratori del pubblico ministero.
Ma questo è un particolare meno rilevante. Quello che conta è che per reati politici ( per tanti aspetti di opinione legati alla loro attività professionale) due persone corrano il tremendo rischio di essere impiccate. Sono oggi detenute- in attesa degli eventi - a Sanandaj, capoluogo di una provincia nell’Iran Occidentale. Cercare di salvarli è un obiettivo che accomuna tutti i gruppi che si battono per la difesa dei diritti umani. In qualsiasi paese vengano chiamati in causa.