La Birmania insegna, la rete è pericolosa.
Ecco perché quando in Cina sono risultati inaccessibili i
motori di ricerca americani Google, Yahoo! e Live Microsoft, la notizia
in poche ore ha fatto il giro del mondo: gli utenti venivano reindirizzati
automaticamente sul motore cinese Baidu,
che 'evita' pagine
sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata
da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital
Marketing Blog e Google Blogoscoped.
Google in un primo tempo ha confermato il blocco, iniziato ieri mattina
a Pechino e in altre città cinesi. Poi, il 19 ottobre, il
portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale
e da altri grandi centri. L’oscuramento non ha risparmiato
Youtube, con una singolare coincidenza con l’apertura del XVII
Congresso del Partito comunista cinese. Eppure per entrare sul mercato
cinese, dove ad esempio il portale Alibaba ‘vale’ (collocamento
sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza
di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo hanno
accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta
e accondiscendente con le autorità di Pechino.
Una commissione
del Congresso, il Parlamento americano, ha recentemente avanzato
il sospetto che i vertici di Yahoo abbiano mentito sulle
informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano
internet. Uno di loro, proprio grazie a queste informazioni, è stato
arrestato per aver pubblicato poche righe on line, evidentemente
scomode per il governo cinese, e condannato a 10 anni di prigione.
Fino
a poco fa, quando dalla Cina cercavate su Yahoo o Youtube "piazza
Tiennamen + rivolta" la vostra ricerca, subito 'registrata' dai
provider cinesi, finiva su una bella pagina con indicazione di 'video
non accessibile': ma nell’immenso oceano di informazioni
on line, come ha dimostrato la ribellione in Birmania, è difficile
chiudere del tutto le porte dell’informazione. Qualche goccia
esce comunque. Ecco allora che nei giorni scorsi la notizia del blocco
di Google è arrivata quasi subito dalla Cina ai Paesi vicini,
dove molti blogger hanno cominciato un fitto ‘passaparola’ con
il quale invitavano a trovare soluzioni che ‘aprissero’ il
motore di ricerca anche ai cinesi grazie all’aiuto di siti
terzi.
Non sappiamo le ragioni dell’ultimo 'oscuramento':
ma una coincidenza rimanda al 2002, quando il traffico a Pechino
venne reindirizzato dai motori di ricerca su Baidu e altri portali
cinesi a poche ore dall’apertura del Congresso del Partito
comunista cinese.
Per un Paese che invita la comunità internazionale a non occuparsi
della repressione in Birmania; dice no a sanzioni Onu contro il Sudan
per il genocidio in Darfur; impone agli atleti delle prossime Olimpiadi
di non farsi vedere mentre pregano; apre una crisi diplomatica con
gli USA per un’onoreficienza al Dalai Lama, l’ipotesi
di un ‘malfunzionamento temporaneo’ appare remota. Mercoledì,
era impossibile anche accedere a Wikipedia, l’ ‘enciclopedia
aperta’ on line.
La speranza, come per la Birmania, è che le falle si moltiplichino,
che i muri, alla fine crollino. Un primo segnale, anche da parte
di chi finora ha piegato libertà e diritti al business, è arrivato
proprio da Google: che giovedì ha lanciato la versione locale
di Youtube a Taiwan. Un altra parola che a Pechino suona male.
Paolo Cappelli