Due lesbiche: “Ci lascerete sposare?” E un prete: “La
religione per voi non è un motivo sufficiente per negare le
nozze ai gay?”
Il dibattito trasmesso ieri sera dalla Cnn con gli otto candidati
Democratici alle primarie attesta, se ce n’era bisogno, l’ingresso
della politica americana nell’era YouTube.
Non bastavano i siti
dei candidati, le clip on line che li seguono momento dopo momento
nella (lunga) corsa alla Casa Bianca, le videoconferenze,
le chat, i referendum sull’inno per la campagna elettorale,
le gaffes cliccate migliaia di volte sui portali di videosharing.
Internet 2.0 sbarca sugli altari del media tradizionalmente più importante
della politica contemporanea, la televisione, e, sia pure ‘depotenziato’ da
robuste sforbiciate (le domande inviate ai candidati su YouTube erano
oltre 3mila, quelle trasmesse da Cnn una trentina) dà un assaggio
della nuova comunicazione politica multimediale.
" Sarete in grado di fare qualcosa rispetto a chi non è in
grado di fare niente?", apre il fuoco un ragazzo. E poi l’Iraq,
l’assistenza sanitaria, l’immigrazione. Le domande ‘della
gente’, finalmente, ‘non quelle dei giornalisti’,
trasudano una carica emotiva maggiore di quella, ormai asettica e
imbalsamata, dei professionisti delle tribune politiche, delle serate
dove tutto, dai tempi delle inquadrature alla scaletta dei temi, è concordato
e disciplinato nei dettagli. Difficile barricarsi dietro a frasi
di circostanza sui fondi federali per la ricerca se a porre la domanda è una
malata di cancro di 36 anni. Sfoderare il testo dell’emendamento
proposto al Congresso sulla guerra di fronte a genitori che hanno
il figlio al fronte e vogliono sapere quando tornerà a casa.
E cosa dire del genocidio in Darfur se la domanda arriva da un gruppo
di volontari che nella regione del Sudan lavora ogni giorno? Il dialogo
via YouTube sembra premiare i candidati con maggior intelligenza
emotiva: non si tratta solo di mostrarsi preparati sull’argomento,
ma di prestare una dose di attenzione per l’interlocutore,
la sua storia, le sue ansie, i suoi timori. Hillary Clinton lo ha
intuito da tempo: occorre dare risposte a Bill, Joe, Sara, rivolgersi
a loro per parlare a tutti gli Americani. Lo stratega dei Democratici
Kiki McLean avverte: dimenticatevi “il numero delle leggi,
parlate la lingua di tutti i giorni”. La politica riscopre,
insomma, il popolo.
Carica emotiva e illusione di un faccia a faccia
con il candidato (in realtà gli elettori di YouTube non potevano replicare,
i video su Cnn erano registrati e selezionati) , notano gli analisti
più attenti, possono avvicinare politici e cittadini anche
troppo, spingere i candidati verso toni populistici: vince chi è più bravo
a incantare i videoelettori, in una sorta di Grande Fratello televisivo
che la convergenza multimediale potrebbe ben presto trasformare in
sondaggio-in-tempo-reale o in gara ad eliminazione, come in un concorso
fra Miss, con voto elettronico o via sms. Ma gli elettori che frequentano
YouTube obiettano: a sterilizzare il dibattito sulla Cnn è stata
la tv. Doveva essere la rete a selezionare le domande più efficaci.
E l’altro lato di Internet 2.0: maggior coinvolgimento, maggior
partecipazione. Elettori più informati, attenti, incalzanti:
nelle vene della democrazia scorre finalmente sangue giovane.
Dal
punto di vista televisivo, l’appuntamento su Cnn aveva
il pregio ed i limiti della ‘prima volta’: curiosità record,
ritmo non sempre… incalzante perché i candidati erano
ben otto, e tutti dello stesso partito. Attenti a non pestarsi i
piedi. Un confronto ristretto ai due contendenti per la Casa Bianca,
aperto alle domande degli elettori via YouTube, magari con possibilità di
replica in video conferenza o al telefono, certo sarebbe più vivace
e brillante. Il 17 settembre, intanto, si replica con i sette candidati
Repubblicani. Paradossalmente, quasi a rimarcare un’eccellenza
tecnologica sempre più minacciata in realtà dalla rete,
la regia di Cnn ha mostrato i video degli elettori, ieri sera, attraverso
un’inquadratura in studio dell’enorme schermo che dominava
la sala della Citadel, in South Carolina. La qualità dei video
era così peggiore in tv che sul web, e l’impressione
non era certo quella di un dialogo diretto elettore-candidato. “Pareva
una convention di un’azienda, con l’enorme logo di Cnn
a campeggiare su tutto il palco”, scrive con sarcasmo il Chicago
Tribune.
A luci e telecamere spente, qualcuno sulla carta stampata
si interroga: è questo
il futuro del giornalismo in campagna elettorale, una mediazione
il più possibile discreta fra cittadino e politico? Il protagonista è il
pupazzo di neve che fa la domanda sui cambiamenti climatici o il
candidato alla Casa Bianca? Il messaggio politico dovrà piegarsi
ai ritmi sempre più sincopati della comunicazione multimediale?
Spingersi ancora oltre, nella ricerca del consenso, fino all’intrattenimento
puro, con il candidato che magari canta una canzone inviata da un
simpatizzante o suona con lui in video conferenza l’inno nazionale?
Passata
la tempesta YouTube, le tv continuano a seguire i candidati, la loro
campagna, la raccolta dei fondi, le lotte nel palazzo a Washington.
La voce degli elettori – le loro impressioni, il loro vincitore
ideale del confronto tv, le domande rimaste senza risposta – questa
volta davvero senza mediazione, continuano a riversarsi sul web.
Anche Anderson Cooper, l’anchorman di Cnn che ha condotto il
dibattito di ieri sera, apre il suo blog ai ‘post’ dei
lettori: diteci voi com’è andata questa prima volta.
E qualcuno si chiede: davvero il web ha ancora bisogno della tv?