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28 settembre 2007
Birmania in rivolta, spegnete il web
Immagine tratta da www.mizzima.com

Venti anni fa i morti furono almeno 3mila. Ma nessuno li ha visti. Se il primo dovere di un regime totalitario è reprimere le voci dissenzienti, il secondo è spegnere la luce dell’informazione, occultare i crimini, la repressione, le stragi. Ma anche la Birmania, oggi, suo malgrado, è nell’era internet.

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Ecco perché nonostante i tentativi di ‘chiudere la rete’, censurare i provider, intercettare le mail, la ribellione non violenta dei monaci questa volta ha superato i confini birmani. Sms, foto via cellulare, email nel giro di pochi giorni sono riuscite ad alimentare un flusso di notizie su quanto la giunta militare birmana non voleva si sapesse: il paese, stremato, vuole uscire da decenni di dittatura, il potere risponde con i soldati, i fucili, gli arresti di massa.

La voce della libertà è flebile: solo l’1% dei birmani ha la possibilità di collegarsi ad internet. Chi esce di casa con la macchina fotografica rischia l’arresto. Ma quella voce in rete c’è.

Su Facebook , la webcommunity che cresce più rapidamente di tutte le altre, compare Support the Monks' protest in Burma, appoggia la protesta dei monaci in Birmania.

Il 24 settembre gli iscritti sono 3.500, il 25 settembre 6mila, il 26 settembre il doppio, 12mila; il 27 settembre, 65mila. La rete di solidarietà si alimenta e rilancia foto e informazioni che dalla Birmania, con estrema difficoltà, arrivano sui blog pubblicati dall’altra parte del pianeta.

Uno dei riferimenti planetari diventa, fin dalle prime ore della protesta, Ko Htike "Ho dormito due ore stanotte, per aggiornare il blog", scrive da Londra questo ragazzo che è in contatto con poche decine di persone in Birmania. Persone che rischiano la vita per scattare una foto delle migliaia di monaci in strada, del corteo al quale si uniscono cittadini comuni, donne, studenti. Molte inquadrature sono, non a caso, dall’alto: le foto sono scattate dalla finestra di casa, dove l’occhio onnipresente del regime non arriva.

La protesta è silenziosa: silenziosa perché i monaci non scandiscono slogan. Silenziosa perché i primi giorni non ci sono immagini televisive, suoni registrati. Ma anche così, con queste limitazioni, la rete svolge una funzione essenziale, rivela al mondo la violenza della repressione. Ecco le foto delle ferite di un cittadino di Singapore picchiato a Rangun dalla polizia, che sparava sulla folla proiettili anti sommossa come questo.

La protesta cresce nel centro di Rangun e si diffonde sul web. Il regime risponde: in strada i militari in assetto da guerriglia, la rete setacciata di ora in ora per chiudere ogni spiffero. Il blog di Mozak, ad esempio, dal quale attingeva informazioni la stampa internazionale, va in bianco.

Ma forse è tardi: altro blog, (http://www.seinkhalote.blogspot.com) , altre foto, altre testimonianze. Mizzima News, un portale gestito da dissidenti birmani che vivono in India, pubblica la foto di Aung San Suu Kyi, il Nobel per la pace che nessuno può vedere, contattare: l’ha scattata con ogni probabilità un monaco buddista con un cellulare. E quel giorno il sito di Mizzimanews in poche ore registra 50mila contatti.

Il 27 settembre improvvisamente un sms al caporedattore:"Hanno sparato ad altezza uomo, è morto un uomo, sembrava uno straniero. I militari ci hanno detto di rientrare a casa o prenderanno misure estreme". Impossibile verificare la notizia, non si sa neppure chi abbia inviato il messaggio. Prendere contatto con Rangun è sempre più difficile.

BBCnews, che trasmette alla radio notiziari nella limgua birmana, lancia un appello: inviate al nostro sito web foto, messaggi, tutto quello che potete. E sui media internazionali, nel giro di qualche ora, arriva una delle immagini simbolo di questa ribellione: si vedono un paio di sandali, sul marciapiede, in una pozza di sangue.

"Scusatemi, nelle ultime ore ho dormito un po’, non ce la facevo più" scrive Ko Htike sul suo blog - Ma eccomi di nuovo qua". Ed ecco altre informazioni: a Rangun la polizia è accompagnata da camion dei pompieri che puliscono la strada con un getto fortissimo di acqua per non lasciare sangue in giro.

"Hanno distribuito tavolette di anfetamine ai militari che hanno avuto l’ordine di sparare ad altezza uomo", racconta un birmano al blogger londinese. E ancora, un altro blog: "Sembra che il regime dia 7 dollari a chi si traveste da monaco buddista e arreca danni alle moschee mussulmane, per scatenare l’odio fra comunità birmane".

Global Voices
Poi, finalmente, le foto del ‘finto turista’, un fotografo giapponese, forse un giornalista che viene colpito a morte da un poliziotto durante la repressione. La ribellione birmana, a questo punto, è anche sulle tv di tutto il mondo, il regime non riesce a filtrare i filmati della violenza del potere. Che rimbalzano sul web con Youtube. E moltiplicano le iniziative di solidarietà. "Da oggi ci coloriamo di rosso", dice Blogosfere, il più grande network italiano di Blog professionali d'informazione. E nei post, la voglia di dire: non siamo indifferenti, scendiamo in strada anche noi, nelle città italiane, con i monaci buddisti.

28 settembre, ormai sulla crisi birmana si è mossa anche l’Onu, bloccata dal consueto gioco di veti: per Russia e Cina, dopo tutto, questi restano "affari interni della Birmania".

"Centinaia di monaci ieri sono stati arrestati e portati nel vecchio ippodromo di Rangun", rilanciano alcuni blog. Mizzimanews avverte: truppe dell’esercito marciano dal centro del Paese verso Rangon. Ma forse, fra i generali, emergono i primi ‘distinguo’, le prime crepe della giunta militare. Il regime stringe ancora le maglie della repressione on line: chiusi gli internet café, chiuse le linee telefoniche dei provider.

"Cutoff, tagliata fuori la rete", titola il Times on line. Sulla prima pagina l’immagine di quell’uomo ancora senza nome, senza volto, armato della sua macchina fotografica davanti ai soldati. Quell’uomo che nessuno doveva vedere e che oggi invece grazie a internet è dappertutto nel mondo.

Paolo Cappelli