Venti anni fa i morti furono almeno 3mila. Ma nessuno li
ha visti. Se il primo dovere di un regime totalitario è reprimere le
voci dissenzienti, il secondo è spegnere la luce dell’informazione,
occultare i crimini, la repressione, le stragi. Ma anche la Birmania,
oggi, suo malgrado, è nell’era internet.
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Ecco perché nonostante i tentativi di ‘chiudere la
rete’, censurare i provider, intercettare le mail, la ribellione
non violenta dei monaci questa volta ha superato i confini birmani.
Sms, foto via cellulare, email nel giro di pochi giorni sono riuscite
ad alimentare un flusso di notizie su quanto la giunta militare birmana
non voleva si sapesse: il paese, stremato, vuole uscire da decenni
di dittatura, il potere risponde con i soldati, i fucili, gli arresti
di massa.
La voce della libertà è flebile: solo l’1% dei
birmani ha la possibilità di collegarsi ad internet. Chi esce
di casa con la macchina fotografica rischia l’arresto. Ma quella
voce in rete c’è.
Su Facebook ,
la webcommunity che cresce più rapidamente di tutte le
altre, compare Support the Monks' protest in Burma, appoggia
la protesta
dei monaci in Birmania.
Il 24 settembre gli iscritti sono 3.500, il 25 settembre 6mila, il
26 settembre il doppio, 12mila; il 27 settembre, 65mila.
La rete di
solidarietà si alimenta e rilancia foto e informazioni
che dalla Birmania, con estrema difficoltà, arrivano sui blog
pubblicati dall’altra parte del pianeta.
Uno dei riferimenti
planetari diventa, fin dalle prime ore della protesta, Ko
Htike "Ho
dormito due ore stanotte, per aggiornare il blog", scrive
da
Londra questo ragazzo che è in contatto con poche decine di persone in
Birmania. Persone che rischiano la vita per scattare una foto delle migliaia
di monaci in strada, del corteo al quale si uniscono cittadini comuni, donne,
studenti. Molte inquadrature sono, non a caso, dall’alto: le foto sono
scattate dalla finestra di casa, dove l’occhio onnipresente del regime
non arriva.
La protesta è silenziosa: silenziosa perché i monaci
non scandiscono slogan. Silenziosa perché i primi giorni non
ci sono immagini televisive, suoni registrati. Ma anche così,
con queste limitazioni, la rete svolge una funzione essenziale, rivela
al mondo la violenza della repressione.
Ecco le foto delle ferite di un cittadino di Singapore picchiato
a Rangun dalla polizia, che sparava sulla folla proiettili anti sommossa
come questo.
La protesta cresce nel centro di Rangun e si diffonde
sul web. Il regime risponde: in strada i militari in assetto da guerriglia,
la
rete setacciata di ora in ora per chiudere ogni spiffero. Il blog
di Mozak, ad esempio, dal quale attingeva informazioni la stampa
internazionale, va in bianco.
Ma forse è tardi: altro blog,
(http://www.seinkhalote.blogspot.com) , altre foto, altre testimonianze. Mizzima
News, un portale gestito da dissidenti birmani che vivono
in India, pubblica la foto di Aung San Suu Kyi, il Nobel per la pace
che
nessuno può vedere, contattare: l’ha scattata con
ogni probabilità un monaco buddista con un cellulare. E
quel giorno il sito di Mizzimanews in poche ore registra 50mila
contatti.
Il 27 settembre improvvisamente un sms al caporedattore:"Hanno
sparato ad altezza uomo, è morto un uomo, sembrava uno straniero.
I militari ci hanno detto di rientrare a casa o prenderanno misure
estreme". Impossibile verificare la notizia, non si sa neppure
chi abbia inviato il messaggio. Prendere contatto con Rangun è sempre
più difficile.
BBCnews,
che trasmette alla radio notiziari nella limgua birmana, lancia un
appello: inviate al nostro sito web foto, messaggi, tutto quello
che potete. E sui media internazionali, nel giro di qualche ora,
arriva una delle immagini simbolo di questa ribellione: si vedono
un paio di sandali, sul marciapiede, in una pozza di sangue.
"Scusatemi,
nelle ultime ore ho dormito un po’, non ce la facevo
più" scrive Ko Htike sul suo blog - Ma eccomi di nuovo
qua". Ed ecco altre informazioni: a Rangun la polizia è accompagnata
da camion dei pompieri che puliscono la strada con un getto fortissimo
di acqua per non lasciare sangue in giro.
"Hanno distribuito tavolette
di anfetamine ai militari che hanno avuto l’ordine di sparare
ad altezza uomo", racconta un birmano
al blogger londinese. E ancora, un altro blog: "Sembra che il regime dia 7 dollari a chi si traveste da monaco
buddista
e arreca danni alle moschee mussulmane, per
scatenare
l’odio fra comunità birmane".
Global Voices
Poi, finalmente, le foto del ‘finto turista’, un fotografo
giapponese, forse un giornalista che viene colpito a morte da un
poliziotto durante la repressione. La ribellione birmana, a questo
punto, è anche sulle tv di
tutto il mondo, il regime non riesce a filtrare i filmati della
violenza del potere. Che rimbalzano sul web con Youtube. E moltiplicano
le
iniziative di solidarietà. "Da oggi ci coloriamo di
rosso", dice
Blogosfere,
il più grande network italiano di Blog professionali d'informazione.
E nei post, la voglia di dire: non siamo indifferenti, scendiamo
in strada anche noi, nelle città italiane, con i monaci
buddisti.
28 settembre, ormai sulla crisi birmana si è mossa anche
l’Onu,
bloccata dal consueto gioco di veti: per Russia e Cina, dopo tutto,
questi restano "affari interni della Birmania".
"Centinaia
di monaci ieri sono stati arrestati e portati nel vecchio ippodromo
di Rangun", rilanciano alcuni blog. Mizzimanews avverte:
truppe dell’esercito marciano dal centro del Paese verso
Rangon. Ma forse, fra i generali, emergono i primi ‘distinguo’,
le prime crepe della giunta militare. Il regime stringe ancora
le maglie della repressione on line: chiusi gli internet café,
chiuse le linee telefoniche dei provider.
"Cutoff, tagliata fuori la rete", titola il
Times
on line. Sulla prima pagina l’immagine di quell’uomo ancora
senza nome, senza volto, armato della sua macchina fotografica davanti
ai soldati. Quell’uomo che nessuno doveva vedere e che oggi
invece grazie a internet è dappertutto nel mondo.
Paolo Cappelli