pubblicato il
6 Maggio 2008
Khaled Hosseini: La mia voce per chi non ha voce
di Luciano Minerva

Ha un’aria tra incuriosita e guardinga Khaled
Hosseini quando posa per le foto sotto il cartellone del film
in uscita in Italia e concede le interviste sotto l’ala
protettiva della produzione americana del film tratto dal suo
libro, “Il cacciatore di aquiloni”. Sembra che
davanti alle macchine fotografiche e alle telecamere metta
una sua controfigura e lui stia lì a guardarsi dall’esterno,
come non fosse ancora entrato nella parte dell’autore
di successo. Poi, nel corso dell’intervista, quest’atteggiamento
si scioglie e si spiega. È come fosse ancora stupito
degli eventi della sua vita, di quel binario (è lui
a usare questo termine) che da Parigi l’ha portato negli
Stati uniti, poi a fare il medico e poi lo scrittore. Con quello
che ne è seguito. Consapevole dell’unicità di
questa vicenda, è diventato portavoce di chi la voce
non ce l’ha, di quei milioni di profughi che la storia
dell’Afghanistan (o la storia più vasta che ha
al centro l’Afghanistan) ha lasciato senza casa e disperso.
Il suo secondo romanzo, “Mille splendidi soli”,
anche più bello e toccante del primo, è nato dal
viaggio nel suo Paese natale che Hosseini ha fatto dopo il successo
inatteso del suo libro d’esordio. Le voci e le storie che
ascolta, raccoglie e trasforma in racconto sono quelle che la
cronaca ignora. E parlando con lui è come se anche queste
affiorassero.
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