pubblicato il
4 maggio 2005
Tiziano Terzani: la
pace è da cercare dentro
di Luciano Minerva

Quando arrivammo nella sua casa di Bellosguardo, a Firenze, alle 11 del mattino,
ne usciva una troupe della televisione svizzera. Era lì da due giorni,
l’operatore era lo stesso con cui Tiziano Terzani aveva girato immagini
in Vietnam. Insieme alla moglie Angela venne ad aprirci lui, tutto vestito
di bianco con un sorriso solare e, dopo le presentazioni, il benvenuto e le
strette di mano, ci chiese subito, marcando l’accento fiorentino: «Non
ci avrete mica il foco al culo» e, precisando per paura che non avessimo
capito: «Non andate di fretta, vero?» «No, abbiamo tutto
il giorno.» «Finalmente qualcuno che non va di fretta.»
Per
nessun altro libro Tiziano Terzani si era reso disponibile per presentazioni
pubbliche e interviste. I libri uscivano e lui restava lontano, gustandosi
sotto i baffi il successo di critica e di pubblico e la scalata nella classifica
delle vendite, quasi automatica. Ma le Lettere contro la guerra erano per lui
più di un libro. Non erano più il resoconto di un inviato, la
sintesi del suo sguardo attento e acuto su realtà quasi sconosciute
agli altri. Erano il frutto di una riflessione sul rapporto tra l’uomo
e il mondo, quella riflessione in cui lui era impegnato, per suo conto, ben
prima dell’11 settembre. Il suo 11 settembre personale, la caduta delle
torri delle sue certezze («signor Terzani, lei ha un cancro»),
proprio a New York, era avvenuta quattro anni prima delle Twin Towers. E da
lì, ma l’abbiamo imparato tutti solo pochi mesi fa, lui aveva
cominciato un altro viaggio più misterioso e profondo, quello dentro
se stesso. La sua «buona occasione per ripensare tutto» l’aveva
già portato su altre strade, su quell’Himalaya che amava e in
cui poteva continuare a esplorare l’ignoto, senza dover realizzare alcun
reportage. Lì finalmente poteva conoscere per puro piacere, senza avere
nessuna urgenza e nessun bisogno di narrare. Ma l’eco dell’11 settembre
era arrivato fin lì. «Quelle immagini terribili le abbiamo viste
tutti, perché tutti abbiamo degli amici, anche a me mi ha chiamato un
amico, meno male c’è l’amicizia» avrebbe raccontato
all’incontro pubblico al Festivaletteratura di Mantova. E quel guardare
dentro se stesso non lo aveva isolato, ma lo aveva rimesso in connessione con
il mondo, con il resto del mondo, con tutti i lettori potenziali, con quella
voglia di pace che cercava più argomenti e forza possibile. Solo per
questo e solo in quell’occasione, ai primi di marzo del 2002, pochi giorni
dopo l’uscita delle Lettere, poteva accadere che due troupe televisive
si incrociassero sulla porta di casa sua.
Non si poteva parlare delle Lettere contro la guerra in poche battute, bisognava
entrare prima in sintonia tra interlocutori, superare lo stupore per l’interno
di casa indiana trasportato su una collina fiorentina, sedersi gustando un
tè, conoscere lui e Angela, guardarsi negli occhi, raccontarsi qualcosa
che nulla aveva a che fare con l’intervista. In quella casa siamo rimasti,
con l’operatore Licio Fatucchi e il suo assistente Sebastiano Foschi,
per sette ore: per scegliere con cura le inquadrature che raccontassero il
luogo, per curare le luci che rimandassero al meglio il suo sguardo, i suoi
movimenti, la sua mimica, quella luce particolare che si rifletteva nel bianco
dei suoi vestiti, per vederlo provare e riprovare (e ci prendeva gusto) la
lettura di alcuni brani scelti insieme da quelle lettere. E per restare, alla
fine del lavoro, a parlare ancora di pace, di guerra, di conflitti globali
e personali, del profumo di incenso che ci accompagnava e che a suo avviso
era il migliore di quelli indiani. E’ stata la prima volta che, prima
dell’intervista, qualcuno mi ha chiesto: «Possiamo fare un minuto
di meditazione o di silenzio, perché il vostro lavoro riesca al meglio
e ciò che diremo sia detto nel migliore dei modi possibili?» Lì mi
sembrò la cosa più naturale del mondo. Oggi, come se quel minuto
durasse ancora, mi sembra utile che l’intera intervista, e non solo la
sua sintesi contenuta nei dodici minuti televisivi, possa arrivare al pubblico
più ampio. Alla luce dei segreti della vita che lui conservava per sé e
che ha poi svelato nell’ultimo libro, le sue parole di quel colloquio
acquistano un significato ancora più intenso.
foto: Vincenzo Cottinelli |