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pubblicato il 4 maggio 2005

Video
Intervista
2002, Firenze
Incontro con il pubblico
2002, Mantova
Un altro giro di giostra
letture in tv, 2004
Approfondimenti
Il testo della nostra intervista
Bio-bibliografia
"Fun" club
Premio Terzani
"Ritratto d'un amico", il libro fotografico di Vincenzo Cottinelli
Tiziano Terzani: la pace è da cercare dentro
di Luciano Minerva


Quando arrivammo nella sua casa di Bellosguardo, a Firenze, alle 11 del mattino, ne usciva una troupe della televisione svizzera. Era lì da due giorni, l’operatore era lo stesso con cui Tiziano Terzani aveva girato immagini in Vietnam. Insieme alla moglie Angela venne ad aprirci lui, tutto vestito di bianco con un sorriso solare e, dopo le presentazioni, il benvenuto e le strette di mano, ci chiese subito, marcando l’accento fiorentino: «Non ci avrete mica il foco al culo» e, precisando per paura che non avessimo capito: «Non andate di fretta, vero?» «No, abbiamo tutto il giorno.» «Finalmente qualcuno che non va di fretta.»
Per nessun altro libro Tiziano Terzani si era reso disponibile per presentazioni pubbliche e interviste. I libri uscivano e lui restava lontano, gustandosi sotto i baffi il successo di critica e di pubblico e la scalata nella classifica delle vendite, quasi automatica. Ma le Lettere contro la guerra erano per lui più di un libro. Non erano più il resoconto di un inviato, la sintesi del suo sguardo attento e acuto su realtà quasi sconosciute agli altri. Erano il frutto di una riflessione sul rapporto tra l’uomo e il mondo, quella riflessione in cui lui era impegnato, per suo conto, ben prima dell’11 settembre. Il suo 11 settembre personale, la caduta delle torri delle sue certezze («signor Terzani, lei ha un cancro»), proprio a New York, era avvenuta quattro anni prima delle Twin Towers. E da lì, ma l’abbiamo imparato tutti solo pochi mesi fa, lui aveva cominciato un altro viaggio più misterioso e profondo, quello dentro se stesso. La sua «buona occasione per ripensare tutto» l’aveva già portato su altre strade, su quell’Himalaya che amava e in cui poteva continuare a esplorare l’ignoto, senza dover realizzare alcun reportage. Lì finalmente poteva conoscere per puro piacere, senza avere nessuna urgenza e nessun bisogno di narrare. Ma l’eco dell’11 settembre era arrivato fin lì. «Quelle immagini terribili le abbiamo viste tutti, perché tutti abbiamo degli amici, anche a me mi ha chiamato un amico, meno male c’è l’amicizia» avrebbe raccontato all’incontro pubblico al Festivaletteratura di Mantova. E quel guardare dentro se stesso non lo aveva isolato, ma lo aveva rimesso in connessione con il mondo, con il resto del mondo, con tutti i lettori potenziali, con quella voglia di pace che cercava più argomenti e forza possibile. Solo per questo e solo in quell’occasione, ai primi di marzo del 2002, pochi giorni dopo l’uscita delle Lettere, poteva accadere che due troupe televisive si incrociassero sulla porta di casa sua.

Non si poteva parlare delle Lettere contro la guerra in poche battute, bisognava entrare prima in sintonia tra interlocutori, superare lo stupore per l’interno di casa indiana trasportato su una collina fiorentina, sedersi gustando un tè, conoscere lui e Angela, guardarsi negli occhi, raccontarsi qualcosa che nulla aveva a che fare con l’intervista. In quella casa siamo rimasti, con l’operatore Licio Fatucchi e il suo assistente Sebastiano Foschi, per sette ore: per scegliere con cura le inquadrature che raccontassero il luogo, per curare le luci che rimandassero al meglio il suo sguardo, i suoi movimenti, la sua mimica, quella luce particolare che si rifletteva nel bianco dei suoi vestiti, per vederlo provare e riprovare (e ci prendeva gusto) la lettura di alcuni brani scelti insieme da quelle lettere. E per restare, alla fine del lavoro, a parlare ancora di pace, di guerra, di conflitti globali e personali, del profumo di incenso che ci accompagnava e che a suo avviso era il migliore di quelli indiani. E’ stata la prima volta che, prima dell’intervista, qualcuno mi ha chiesto: «Possiamo fare un minuto di meditazione o di silenzio, perché il vostro lavoro riesca al meglio e ciò che diremo sia detto nel migliore dei modi possibili?» Lì mi sembrò la cosa più naturale del mondo. Oggi, come se quel minuto durasse ancora, mi sembra utile che l’intera intervista, e non solo la sua sintesi contenuta nei dodici minuti televisivi, possa arrivare al pubblico più ampio. Alla luce dei segreti della vita che lui conservava per sé e che ha poi svelato nell’ultimo libro, le sue parole di quel colloquio acquistano un significato ancora più intenso.

foto: Vincenzo Cottinelli


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