Roma,
Aprile 2008
Khaled
Hosseini: La mia voce per chi non ha voce
Intervista di Luciano Minerva
Ha un’aria tra incuriosita e guardinga Khaled Hosseini
quando posa per le foto sotto il cartellone del film in uscita
in Italia e concede le interviste sotto l’ala protettiva
della produzione americana del film tratto dal suo libro, “Il
cacciatore di aquiloni”. Sembra che davanti alle macchine
fotografiche e alle telecamere metta una sua controfigura e lui
stia lì a guardarsi dall’esterno, come non fosse
ancora entrato nella parte dell’autore di successo. Poi,
nel corso dell’intervista, quest’atteggiamento si
scioglie e si spiega. È come fosse ancora stupito degli
eventi della sua vita, di quel binario (è lui a usare
questo termine) che da Parigi l’ha portato negli Stati
uniti, poi a fare il medico e poi lo scrittore. Con quello che
ne è seguito. Consapevole dell’unicità di
questa vicenda, è diventato portavoce di chi la voce non
ce l’ha, di quei milioni di profughi che la storia dell’Afghanistan
(o la storia più vasta che ha al centro l’Afghanistan)
ha lasciato senza casa e disperso.
Il suo secondo romanzo, “Mille splendidi soli”,
anche più bello e toccante del primo, è nato dal
viaggio nel suo Paese natale che Hosseini ha fatto dopo il successo
inatteso del suo libro d’esordio. Le voci e le storie che
ascolta, raccoglie e trasforma in racconto sono quelle che la
cronaca ignora. E parlando con lui è come se anche queste
affiorassero.
Lei ha lasciato l’Afghanistan da bambino, poi è diventato
scrittore ed è tornato in Afghanistan. Che effetto le
ha fatto questo ritorno nel suo Paese?
Sono tornato
in Afghanistan dopo 27 anni. L’ho lasciato
a undici anni e sono tornato a trentotto. E mi sono sentito davvero
come Amir che dice: “Mi sento un turista nel mio paese”.
Anch’io ho provato questa sensazione. 27 anni sono un periodo
molto lungo. In quegli anni l’Afghanistan è stato
in guerra con i sovietici, ci sono stati gli anni terribili delle
lotte tra mujaheddin, i Talebani, l’11 settembre, e così via,
cambiamenti enormi, così quando sono tornato, da una parte
mi sentivo come Amir nel libro e nel film, nel senso che tornando
a casa riconoscevo i quartieri, la gente, la musica. C’è una
scena in cui Amir dice “Questo luogo ha lo stesso odore
che aveva un tempo”. D’altra parte i luoghi erano
cambiati molto e io stesso ero cambiato tanto che sarebbe stupido
fingere di essere ancora la persona di un tempo e di fare ancora
parte di questo contesto. Mi sono sentito davvero un outsider
quando sono tornato in Afghanistan, anche se allo stesso tempo
sentivo che stavo tornando a casa. Dunque è stata una
sorta di esperienza schizofrenica. Le persone che incontravo
a Kabul non mi facevano sentire un estraneo, si sono aperte,
hanno chiesto della mia vita, mi hanno accolto bene e non con
antagonismo, come mi aspettavo. ma io non ho mai fatto finta
di essere parte di questo contesto, perché in realtà non
lo sono.
Il passato si aggrappa con gli artigli
al presente. Sono 26 anni che sbircio di nascosto in quel vicolo
deserto. Il tema del
rapporto col passato che è sempre presente nei suoi
libri. Che rapporto c’è tra passato e presente?
In effetti, sono affascinato dall’idea che qualcosa che
fai oggi avrà ripercussioni profonde sulla persona che
sarai e sulle persone che ti saranno intorno tra venti o trent’anni. È un
po’ come lanciare il sasso nell’acqua e osservare
i cerchi concentrici che si allargano. Nel Cacciatore di
Aquiloni
c’è quel momento nel vicolo in cui Amir deve fare
una scelta e lui sceglie di scappare via. E per tutta la vita
si chiede se con una scelta diversa, forse non solo la sua vita,
ma anche la vita di Hassan si sarebbe svolta in modo diverso.
Penso che una delle ragioni per cui questo tema mi affascina
tanto sia perché parte della mia stessa vita sembra si
sia svolta come il risultato di situazioni apparentemente del
tutto casuali. Per capire la persona che sono oggi devo tornare
indietro di trent’anni, e rivivere cosa è successo
per esempio negli anni ‘70, quando mio padre fu trasferito
a Parigi per tre anni. Lui faceva il diplomatico e pensavamo
di stare lì solo tre anni per poi tornare a Kabul. Ma
quando eravamo a Parigi i sovietici invasero l’Afghanistan
e improvvisamente la violenza avvolse il paese e dunque noi non
potevamo tornare. Così prima andai in Francia, poi negli
Stati Uniti, e lìho studiato e sono diventato un medico,
poi uno scrittore di romanzi, e adesso sono qui a farmi intervistare
da lei. Ma mi chiedo, per esempio, cosa sarei stato se fossi
stato a Kabul durante l’invasione sovietica? Probabilmente
sarei stato reclutato nell’esercito afgano, avrebbero potuto
mandarmi a combattere i mujaheddin, essere ucciso o uccidere
qualcuno e la mia vita avrebbe avuto un corso completamente diverso.
Sono affascinato da questa idea di come nella vita da un momento
all’altro le cose possano cambiare completamente. I binari
si incrociano, due treni si trovano a pochissima distanza l’uno
dall’altro, ma basta poco perché uno giunga a Parigi
e l’altro dalla parte opposta. Mi interessa analizzare
il modo in cui gli eventi possano avere effetti a lungo termine.
“Voglio avere indietro la mia
storia” dice uno dei suoi
personaggi. Appare più volte il tema del rimpianto. Quanto è forte
per lei questo tema?
Il rimpianto è il sentimento che prova il personaggio
ma c’è qualcosa di più. Io penso che l’aspetto
piùimportante sia che questi personaggi non sono perfetti.
Sento un trasporto per i personaggi “imperfetti”.
Amir, per esempio, è una persona tutt’altro che
perfetta. Nonostante ciò, almeno è ciò che
mi auguro, il lettore riesce a provare per lui comprensione,
solidarietà. Anche se commette azioni riprovevoli, cose
obiettivamente terribili, il lettore – credo – continua
a provare comprensione per lui come essere umano, desidera che
diventi una persona migliore. Penso che sia per la natura imperfetta
del personaggio. Per esempio, il padre di Mariam in Mille
splendidi soli, rimpiange il fatto di non aver abbracciato sua figlia.
Questo perché è un uomo imperfetto. L’idea
di personaggi perfetti, di persone senza difetti, non è molto
interessante.
Per un attimo ho considerato l’idea di scrivere Il
cacciatore di aquiloni dal punto di vista di Hassan, ma lui è talmente
intriso di bontà, purezza, integrità, che a 35
anni è ancora esattamente la persona che era a 12. Dunque è una
gran persona e probabilmente qualcuno che vorrei avere come amico,
ma non ho ritenuto che potesse essere un buon personaggio come
personaggio centrale di un romanzo. Per questa ragione ho scelto
Amir, e quando questo personaggio commette degli errori e compie
determinate azioni, la naturale conseguenza è che se ne
pentirà crescendo e ripensandoci razionalmente. Bene,
io credo che sia un sentimento umano e universale, credo che
lei abbia molti rimpianti nella vita, come me del resto. Tutte
le persone che conosciamo hanno fatto cose in passato per cui
vorrebbero tanto tornare indietro e cambiarle. Questo fa parte
del processo dell’invecchiare, fa parte del processo di
vivere e in sostanza del nostro essere umani.
Penso che sia molto umano commettere errori e fare cose di cui
poi si ha vergogna, cose di cui in seguito ci si pente. Credo
che questo sia un altro aspetto in entrambi i libri che coinvolge
il lettore perché il lettore molto probabilmente ha vissuto
un’esperienza molto simile e quando ritrova questi aspetti
nei miei personaggi, li capisce e ci si immedesima.
“
Se fossi stato il regista di un film indiano sarei uscito correndo
a piedi nudi, ma non ero in un film indiano.” È un
pensiero di Amir, ma è una delle tracce che il cinema
ha nella sua narrativa. Adesso come vive il fatto che un suo
libro sia diventato un film?
Ho una lunga storia d’amore col cinema. Sono cresciuto
col cinema quanto con i libri. Fin da piccolo ho visto ogni genere
di film Perciò quando da Hollywood mi hanno detto che
volevano ricavare un film dal Cacciatore di aquiloni la
mia reazione iniziale non è stata di sospetto: “Oh,
mi rovinano il romanzo. Semmai non vedevo l’ora di sapere
che idee avevano, cosa avrebbero fatto. Il mio approccio alla
versione
cinematografica è stato diverso da quello della maggior
parte degli scrittori, che di solito sono molto protettivi detestano
che ci siano cambiamenti nelle loro storie. Ho sempre saputo
che il cinema è per sua natura un medium diverso dai libri.
So che parti su cui hai lavorato a fondo e amato nella scrittura
del libro non saranno nel film ma sapevo anche che il potere
delle immagini dei film non può essere a sua volta tradotto
in parole. È uno scambio. La mia reazione quando ho
visto il film è stata di orgoglio È un film sul
mio paese, sulla mia gente, ci sono attori afgani sullo schermo,
si usa la lingua dari, musica afgana, Per me e la mia comunità è un
momento di spartiacque culturale, non è mai accaduto prima.
Poi quando ho visto il film volevo vedere i miei personaggi nel
film, volevo riconoscerli. Sapevo che certe cose sarebbero state
diverse, ma lo spirito, il viaggio emotivo del romanzo, le emozioni
intense volevo fossero conservate e il regista Marc Forster ha
fatto un ottimo lavoro e lo stesso film è una bella esperienza
emotiva.
Pensa che si riuscirà a vederlo
in qualche modo in Afghanistan? Purtroppo il film
non sarà distribuito in Afghanistan
perché il film e il libro trattano temi che sono seri,
rilevanti, importanti, e reali ma che sono ancora argomenti tabù nella
società afgana oggi. Non sono sorpreso ma mi dispiace
Probabilmente la gente li vedrà in copie pirata di Dvd.
Penso che il film avrà lo stesso tipo di reazioni che
ha avuto il libro, cioè molti lo ameranno perché riconosceranno
i loro problemi, la ,oro cultura le loro tragedie. Ma con il
film non sarà lo stesso, non perché le cose che
si vedono non sono reali, ma perché sentono che non se
ne può parlare. la prospettiva del libro e del film è di
affrontare temi di cui non è facile parlare, sono cose
che ci dividono, spero che prima o poi ci sia una specie di “prima” del
Cacciatore di aquiloni in una sala cinematografica anche in Afghanistan,
ma non è una cosa di oggi.
La battaglia degli aquiloni è raccontata molto bene nel
film oltre che nel libro. Che rapporto c’è tra il
rito della “battaglia degli aquiloni” e il clima
che si vive oggi in Afghanistan.
Penso si tratti di
una gara esattamente come è una gara
il football. Si potrebbe sostenere che lo stesso football è una
specie di guerra. Ogni forma di competizione può sfociare
in una battaglia. Nella tradizione afgana era una sorta di rito
di passaggio, una fase nella crescita di un ragazzo in Afghanistan.
Un’immagine indelebile della mia infanzia, un’immagine
centrale nei miei ricordi dell’Afghanistan sono proprio
gli aquiloni, che hanno plasmato i miei giorni, insieme ai miei
fratelli, i miei cugini, ciò che facevamo nelle gare in
inverno. Non erano solo gli aquiloni, non era solo la gara, ma
il senso di cameratismo, l’essere uniti nel gioco. È stato
davvero qualcosa di molto speciale. Ma la battaglia degli aquiloni è una
tradizione antica, un gioco che si è fatto per tanto tempo
e gli Afgani sono dotati di spirito competitivo. Amano il football,
amano le battaglie di aquiloni, la boxe, il wrestling. C’è questa
tradizione di essere soldati, una sorta di spirito tribale che
li spinge a essere competitivi e tenaci. Fa parte del DNA afgano.
Io penso che le battaglie di aquiloni riflettano questo spirito.
Sia nel libro che nel film ci sono tracce
di sangue in più occasioni.
Le tracce di sangue dopo la violenza su Hassan, delle teste di
agnello e così via. Ha un qualche significato o è casuale?
Non
posso dire che le tracce di sangue abbiano un particolare significato.
Talvolta c’è un’immagine e
si lascia che parli da sola e che le persone si facciano un’idea
per conto proprio, che ci sia o no un evidente messaggio da
comunicare. Ma è vero che nel film Marc ha introdotto
diverse sequenze di sacrifici, le teste di agnello, eccetera… Quello
che Hassan fa nel vicolo è sacrificare se stesso. L’idea è quella
di sacrificare se stesso per salvare qualcun altro e questo è essenzialmente
ciò che accade in quel vicolo. Dunque ci sono delle
immagini che hanno a che fare con questo tema, con questa simbologia,
ma probabilmente non sono così acuto come lei mi descrive.
Ci sono delle cose che possono sembrare intenzionali, ma in
realtà molte non lo sono.
Lei è tornato in Afghanistan e ha raccolto molte storie
di donne per il suo secondo libro “Mille splendidi
soli”.
Come è stato possibile arrivare a queste donne e farsi
raccontare queste cose così profonde e intime?
Le
storie che mi sono portato dietro dall’Afghanistan su
quello che avevano vissuto le donne penso e spero mi abbiano
aiutato a creare un ambiente autentico, credibile e convincente,
coerente con ciò che stava accadendo da un punto di vista
storico in Afghanistan. Ma in realtà raccontare i personaggi
femminili ha significato per me mettermi al loro posto. E mi
ci è voluto molto tempo perché sono stato ossessionato
per un anno dall’idea di scrivere questo romanzo. Non facevo
che pensare al fatto che dovevo mettermi nei panni di queste
donne. Dovevo riuscire a immedesimarmi nelle loro vite. Dovevo
sentire esattamente cosa significa essere una donna in Afghanistan
e dovevo stare dentro di loro e stare nella loro pelle per sapere
esattamente come ci si sente. Perché solo così potevo
scriverlo. E più facevo tentativi, più mi preoccupavo
del fatto che la mia scrittura non suonasse convincente, non
autentica, più la scrittura era impacciata. Sono arrivato
a un punto in cui mi sembrava veramente inadeguata. Alla fine
però sono sempre giunto a soluzioni semplici, anche se
molto difficili da trovare. Quando trovi la soluzione dici, ah
certo, era così semplice! Per me credo il momento critico,
lo spartiacque, è stato quando ho deciso di liberarmi
da questa ossessione e di considerare i personaggi semplicemente
come delle persone e non come le “donne afgane”.
Il che ha significato comprendere di cosa hanno paura, cosa vogliono
nella vita, quali sono i loro sogni, le loro speranze, quali
le delusioni, le frustrazioni, perché loro sono prima
di tutto persone e mi sono reso conto che se capivo il loro cuore,
la loro essenza, chi sono veramente come persone, solo allora
sarebbero apparse convincenti.
Una volta entrato in sintonia con queste persone , una volta
comprese le loro motivazioni, non necessariamente come donne
ma come persone, tutto è diventato più semplice
e improvvisamente quando ho riletto le pagine non ho più sentito
la mia voce venir fuori dalla bocca di queste donne, ma improvvisamente
ho sentito che parlavano con la loro voce ed erano diventate
indipendenti da me e quello è stato il momento in cui
per me il manoscritto è veramente cambiato.
Lei parla degli orfanotrofi in entrambi i libri e ha
vissuto l’esperienza dei campi profughi. Che cosa le ha lasciato
e come l’ha cambiata questa esperienza?
È
qualcosa che ti cambia la vita perché una cosa è leggere
di queste cose sui giornali, per esempio che otto milioni di
afgani sono stati costretti a vivere all’estero da rigufiai
durante la guerra e che così tante persone hanno perso
la casa. Una cosa è leggerlo o vederlo al telegiornale,
un’altra cosa è andare lì, andare a trovare
queste persone, stringere loro la mano, sedersi accanto a loro
e ascoltare le loro storie, sentirle raccontare in prima persona. È un’esperienza
davvero toccante. Quando sono stato in Afghanistan e ho incontrato
i profughi afgani e ho visto persone che erano tornate ma non
avevano una casa, non avevano assistenza sanitaria, nessun lavoro,
non avevano scuole, e vivevano in assoluta povertà, una
delle cose di cui mi sono reso conto e che più mi ha colpito è che
queste persone non hanno voce. Chi parla per questi profughi
afgani? Non voglio dire che quella voce possa essere la mia,
in alcun modo, ma mi aiutato a dare una direzione alla mia vita
e ho potuto apprezzare l’opportunità che mi era
stata data con il fatto che i miei romanzi sono letti da tante
persone in tutto il mondo, per cui bene o male molti mi associano
all’Afghanistan. Dunque io ho l’opportunità di
usare la possibilità di accedere ai media per dare voce
a queste persone che non hanno voce. Così in un certo
senso presto loro la mia voce. Ci sono milioni di persone in
Afghanistan che hanno bisogno di aiuto, che vivono in un paese
il cui governo non fornisce neanche i servizi essenziali. Questo
mi ha aiutato a formare la mia stessa identità, mi ha
dato una direzione, un obiettivo. Per questo mi auguro di continuare
a lavorare come portavoce, come difensore dei profughi di tutto
il mondo, ma in particolare per i profughi afgani.
In “Mille splendidi soli” parla di un gioco che la
piccola Mariam fa con dei sassolini per rappresentare la sua
condizione di “bastarda”. Ce ne può parlare?
Entrambi i libri possono essere riassunti come storie di persone
salvate dal senso di appartenenza e dall’amore. C’è una
terribile solitudine nella vita di Mariam, che vive in una
capanna con sua madre, a cui lei sente di non appartenere.
Lei fa questo gioco, usando un ciottolo per ogni fratellastro
e sorellastra, che sono i figli legittimi di suo padre, socialmente
accettati. Mette tutti i sassolini da una parte e ce n’è uno
isolato che sarebbe lei. In effetti lei vive fisicamente lontana
da tutti gli altri e si sente emotivamente isolata e estraniata.
La cosa interessante per me è stato raccontare la storia
di questa persona così sola, il suo semplice bisogno di
appartenere a qualcuno, di trovare amicizia, di contare qualcosa
nella vita di qualcuno, e fare in modo che i suoi sogni semplici
fossero il motore di tutto il romanzo, fino alla fine quando
lei può guardarsi indietro e dirsi “anche se sembravo
essere una persona irrilevante, alla fine ho fatto qualcosa,
ho contato qualcosa per qualcuno”. Scrivere quei passi
mi ha davvero commosso.
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