2006, Firenze
Folco
Terzani: l'ascolto di una vita
L'intervista di Luciano Minerva
Ci sono momenti cruciali nella vita di ciascuno e
sicuramente un momento cruciale nella sua è stato ricevere una
lettera nel marzo 2004. Come ha reagito e cosa è successo
dopo?
Mio babbo mi ha scritto una lettera, con il suo solito inchiostro
viola, una lettera quasi impossibile da leggere, come tutte le
sue lettere. Capivo più o meno cosa cercava di dirmi anche
se la calligrafia era impossibile: il messaggio era chiaro, cioè io
sapevo da qualche anno che lui era malato, ma non si capiva mai
a che punto era la sua malattia. E in questa lettera mi diceva:
in fondo mi sono rimasti pochi mesi e in questi pochissimi mesi
mi piacerebbe fare un'ultima cosa, parlare con te della mia vita,
della vita insomma. Se hai voglia torna a casa, all'Orsigna,
e passiamo questi ultimi mesi a chiacchierare. ovviamente non
ci ho pensato due volte. Lui mi chiede, e ci tiene molto, di
finire prima il mio lavoro e poi di andare a trovarlo. Il mio
lavoro a quel tempo era un documentario sui santoni nell'Himalaya.
Ci lavoravo da due anni, andavo spesso in India ma era una cosa
lunga. Allora ho fatto finta di aver finito, cioè ho lavorato
altre due settimane, ho detto che la mia parte l'avevo finita
e sono tornato subito a casa per queste chiacchierate.
Questi quindici giorni sono serviti a comprendere quello che
stava accadendo e quale sarebbe stato a quel punto il suo ruolo?
Sì, ho incominciato a pensare a questa cosa, ma mi sembrava
molto naturale. Ho capito subito cosa voleva fare il mio babbo.
Se uno vuole ripensare a una vita e ne vuole parlare, deve cercare
di farlo nella maniera più semplice e più diretta,
più onesta possibile. E questo dipende da con chi parli.
Ho capito che la scelta del figlio era quella giusta, cioè potrebbe
essere la moglie, la mamma, o il figlio, comunque qualcuno cui
riesci a parlare e che riesce a parlarti come non puoi fare con
altri.
Era la scelta giusta perché io e il babbo verso la fine
avevamo interessi molto simili. Io stavo facendo un documentario
sui santoni dell'Himalaya e giravo esattamente nelle zone dove
abitava lui, e questo era un tema che lo interessava moltissimo
e di cui parlavamo sempre. Mentre la prima parte della sua vita
era molto politica, e io ero piccolo e non seguivo queste cose,
quest'ultima parte nell'Himalaya si interessava dei temi che
erano esattamente gli stessi di cui mi occupavo io. Per questo
gli era facile parlare anche delle cose più difficili,
perché sulle cose spirituali parlava un po’ meno.
Ne ha scritto, anche sulla Giostra, ma non ti raccontava molte
cose su questo, c'era abbastanza silenzio su cosa succedeva sull'Himalaya,
mentre alla fine aveva voglia di parlare di tutto e lasciarsi
andare. Forse il momento più bello di tutte queste chiacchierate è stato
quando ha incominciato davvero a raccontarmi cosa è successo
lassù sull'Himalaya.
Questo percorso durato tre mesi è stato anche
per lei ripercorrere la sua vita?
Certo, però non volevo entrarci in questo libro, cioè volevo
che fosse la sua vita e non la mia. Volevo che fosse il suo libro
e volevo essere solo la persona a cui lui parlava in modo così diretto
e che lo faceva parlare. Certo, mi ha fatto pensare a moltissimi
momenti della mia vita di bambino, di quando eravamo insieme
in Cina. Io non ripenso spesso al passato, ma lui mi ha fatto
ritornare alla mente tutto. Quando uno è giovane pensa
in avanti, a quello che vuole fare e quello che succederà,
mentre lui essendo alla fine riguardava tutto, si ricordava di
cose che erano completamente scomparse, le tirava tutte fuori
ed era divertente. La cosa forse più interessante è stata
quando lui ha parlato direttamente del rapporto padre-figlio,
che è una parte molto strana, dove lui è duro e
dolce allo stesso tempo, come era lui. Mi è piaciuta molto
perché lui dice: “so che devo averti sempre fatto
ombra, perché ero grosso, urlavo e facevo, e forse ne
hai sofferto” anche se poi non ne ho sofferto tantissimo,
anche se prendeva tutto lo spazio, era anche divertente, “era
importante che io fossi me stesso sempre, senza censurarmi, senza
cercare di essere di meno, in modo che tu potessi reagire e tu
diventare te stesso. Cioè invece di scusarsi e dire “ti
ho un po’ schiacciato” ha detto “Ho fatto benissimo
ad essere me stesso e ora tu devi essere te stesso.” E
l’ho capito, e questo mi ha divertito, alla fine mi sembra
un punto di vista giusto.
Nel caso di figli di genitori così importanti e forti
c’è sempre la tendenza dei figli a non guardare
l’aspetto pubblico del padre. E così lei non aveva
letto quasi nulla dei suoi libri.
E’ vero, non avevo letto quasi nulla. Era il mio babbo
e già bastava, già mi raccontava molto, sicché non
c’era bisogno di leggere anche nel tempo libero i suoi
libri, leggevo altre cose e facevo qualcos’altro.
In questa fase però ha sentito il bisogno man
mano che ascoltava la sua storia di andare a leggersi i suoi
libri.
Anche un po’ per dovere, dovevo capire cos’aveva
fatto. Mi raccontava delle storie e non sapevo nulla, dei suoi
viaggi in Unione sovietica, in Vietnam, sapevo pochissimo e non
mi interessava granché. Mentre alla fine era diverso.
Deve aver provato nella nostra vita a raccontarmi ad esempio
la storia della sua famiglia, per esempio, ma non me ne importava
per niente, dei nonni, dei bisnonni, invece alla fine mi sono
detto: questa è l’ultima occasione. O me la racconta
adesso o non me la racconta più, cioè io vivrò senza
sapere da dove veniamo. Così in quest’ultima occasione
gli ho concesso di raccontarmi la storia della sua famiglia che
poi è anche la famiglia mia.
E quali scoperte ha fatto con questa disponibilità all’ascolto
che prima non c’era?
Ascoltando ho imparato molto di più. Ascoltando ho capito
chi era il mio babbo, cioè chi era lui, mentre prima cercavo
solo di fare la mia vita, insomma dovevo giostrarmi questa persona
che mi diceva anche cosa dovevo fare. Perciò non mi interessava
lui come persona, era anche una persona con cui avevo un rapporto,
mentre alla fine non c’era più questo rischio, mancavano
pochi mesi e poi non ci sarebbe più stato, sicché mi
sono interessato a lui come persona e alla logica della sua vita,
che poteva aiutare me a pensare in generale alla logica di una
vita. Ed è una cosa che mi ha sempre interessato. Io ho
sempre cercato le persone molto vecchie o quelle che stavano
per morire. Mi viene da quando sono piccolo: cercavo le persone
che sono in fondo alla vita, perché quando sei all’inizio
puoi sempre pensare che ci sarà più tardi una spiegazione
a quello che è stato, mentre quando sei in fondo o ti è arrivata
la spiegazione o non ti viene mai più. Per cui c’è una
conclusione a cui in fondo dovrebbe poter arrivare una persona
che voglia sapere. Così avevo incontrato molte persone
vecchie, un lama tibetano, avevo passatogli ultimi mesi con Madre
Teresa a Calcutta, ero curioso di vedere queste cose anche senza
chiederglielo, invece con mio padre questo lo potevo fare. Avevo
il tempo, ce l’avevo di fronte, ce l’avevo fino all’ultimo
giorno, perciò potevo seguire fino in fondo questo interesse
alle conclusioni di una vita.
Suo padre le ha assegnato anche un altro compito, non
solo quello di ascoltare, ma di raccontare agli altri, una
vocazione che
lei già ha come documentarista. Che esperienza è stata
quella di dover tradurre il linguaggio di un altro, per quanto
vicino, ma tradurla in un linguaggio scritto e destinato alla
pubblicazione?
Stranamente è stato facilissimo, cioè ho capito
esattamente quello che voleva. Lui mi ha detto “Io parlo,
ti racconto tutto quello che vuoi ma non ci sarò per finire
il libro, questo lo devi fare tu. Fallo in una maniera che comunichi
ai giovani, alla tua generazione, cerca di parlare alle persone
che conosci tu” e questo lo so fare perché li conosco,
cioè sono uno di loro. Questo mi è venuto naturale,
non mi è costato nulla e mi è piaciuto per un anno
e mezzo ripensare a queste parole e dargli questa forma ultima
di un libro.
Quali sono secondo lei le cose più importanti che la
scorsa generazione può lasciarvi?
Mi sembra che la generazione scorsa abbia subito dei grossi
traumi. Ha avuto delle fortissime ideologie, delle fortissime
speranze che sono state anche in parte fortemente deluse e questo
processo, che sembra legato a ideologie come il comunismo e come
il fascismo, sembra molto più universale, cioè qualsiasi
cosa in cui uno spera così pienamente a un certo punto
viene deluso, e questo è un po'’il cammino della
vita. Ma la cosa non si avvera nelle forme che ci si aspetta,
cioè il paradiso non discende completamente in terra.
Per alcuni momenti può accadere di vederlo, cioè quando
uno è innamorato c’è il paradiso in terra,
però poi anche quello cambia. E bisogna capire cosa succede
dopo questa delusione. Quello che ho trovato in queste discussioni è che
in fondo questo vecchio, che era il mio babbo, non era deluso,
cioè non aveva perso la speranza. Anzi, nonostante le
delusioni, diceva che bisogna continuare a cercare il bene e
che la giustizia, per esempio, un valore che era entrato nelle
ideologie del comunismo, non poteva mai andarsene e che i giovani
avrebbero sempre dovuto e voluto cercare la giustizia nel mondo:
questa necessità di giustizia e di migliorare il mondo
avrebbe trovato altre forme, con altri nomi, ma quella spinta
sarebbe rimasta, e lui continuava a sognare, a sperare o almeno
a cercare di fare qualcosa perché è inutile arrendersi.
E se hai questo modo di vedere, secondo me sei saggio invece
che idealista, ma non sei distrutto né sei cinico. Questo
era un bell’arco da osservare. Hai una distanza sugli avvenimenti
del mondo e da questa distanza, invece di essere una cosa negativa,
come un giovane potrebbe pensare, è una cosa bella. Questa
distanza è una qualità del vecchio, quasi una necessità per
poi allontanarsi completamente, perché il prossimo passo è una
distanza che noi non conosciamo, una distanza assoluta da questa
terra e dai suoi problemi. Forse questa è una qualità che
in una società che adora il giovane, non si apprezza abbastanza.
Il giovane non ha bisogno di vedere questa qualità, il
giovane ha bisogno del suo idealismo, delle sue speranze, delle
sue ideologie, però a volte, quando è proprio deluso,
sta male, vuole suicidarsi, non capisce perché si trova
dentro il problema, forse ha proprio bisogno di quel vecchio,
di quella distanza, di vedere per un attimo da quel punto di
vista, per rimettere tutto in un contesto più grande,
sentire i suoi dolori e le sue delusioni come non così importanti
e così vere.
Lei sta cercando da anni di comprendere e raccontare
i sadhu, gli eremiti che in India si allontanano dalla società.
In questo percorso che ha fatto nei tre mesi di dialogo con suo
padre può comprendere qualcosa di più sui sadhu?
Sì, i sadhu cercano di fare rapidamente questo processo
di diventare saggi. Cioè invece di farlo attraverso una
lunga vita, cercano di arrivare presto a questo distacco anche
forzandosi, cercano cioè di convincersi anche da giovani,
prima di arrivare in fondo, ad abbandonare i piaceri della terra
e a vedere queste cose come un’illusione. Arrivano a essere
nudi, a lasciare andare tutto al punto che non hanno più bisogno
di una casa, dei soldi, dei vestiti e girano per tutta l’India
andando di villaggio in villaggio e facendosi dare da mangiare
perché la loro presenza vale almeno una ciotolina di riso;
la gente è contenta di riceverli e di sentire da loro
questa specie di santità. E il sadhu riparte la mattina
dopo aver raccontato loro cose belle e aver consigliato la gente
che li considera psicologi, preti, persone che ti possono consigliare.
Loro forzano questo distacco guardando in faccia alla qualità effimera
del mondo, al fatto che tutto passa, che tutto ciò che
sorge viene distrutto. Allora dicono “Non attaccarti al
mondo, perché in fondo tutto questo se ne andrà”.
E muoiono molto prima di morire. Il rito di iniziazione del sadhu
prevede addirittura di fare il fuoco su cui lui muore, poi cambia
nome e comincia una vita nuova. E il sadhu non dovrebbe neanche
parlare mai più del passato e mai più vedere la
sua famiglia. A noi può sembrare strano abbandonare il
mondo prima del necessario. Io dicevo al mio babbo.”Perché come
ultimo passo non fai il sadhu? in fondo sarebbe divertente, ti
togli anche questi vestiti bianchi, ti metti nudo e giri un po’ per
le strade, vai sui monti magari in India, perché per l’Italia
sarebbe impossibile, giri con un bastone, con un aggeggino intorno
all’ombelico e un giorno quando ti senti male vai su una
montagna dove c’è il ghiaccio e muori sotto le stelle.
Potresti fare così”. Ma lui non sentiva il bisogno
di questa forma, perché comunque alla fine devi andare
davvero dall’altra parte.
Un’altra parte che mi è piaciuta moltissimo delle
nostre conversazioni è quella che riguarda il rapporto
con le cose, perché non ci si può portare niente
dietro, hai tutte queste cose e le devi lasciare qui. Lui se
ne va solo e lascia tutto qui,la casa, gli amici, i figli, e
come diceva mia mamma, “perché nessuno ha inventato
la bara con portabagagli”. E questo lo faceva ridere alla
fine. “Si lascia tutto qui, va bene, non è più importante
tutta questa roba, ci sarà un altro viaggio oppure no,
però me ne vado e mi abituo a lasciarlo. “
Tiziano e lascia una biblioteca vastissima, tutti i libri che
ha amato. Lei li ama allo stesso modo?
Io non so davvero cosa farne di tutti questi libri. Lui li adorava
i libri...no?
Io facevo film, documentari....lui non ci credeva, a lui piaceva
il libro. Diceva 'il libro rimane, il film è come una
scureggia, fa il puzzo per un pochino e poi scompare'. E allora
a lui gli piacevano tanto i libri...qui ce ne sono tantissimi,
io non inizierei nemmeno a leggerli. Ci sono tante altre cose,
ma in realtà non li leggerò non perché li
ho sostituiti con cose più moderne, come televisione o
internet, ma perché preferisco non ricevere informazioni
filtrate in alcun modo. Cioè preferisco parlare alla gente
o, altrimenti, fare una girata. Perciò mentre prima leggevo
anche per un'ora o due prima di dormire o quando avevo tempo
libero, adesso, quando non ho niente da fare, non faccio niente....E
mi piace. Mi sono abituato e mi piace moltissimo.
E' curioso da parte di chi ha appena dedicato un anno e mezzo
alla creazione di un libro...
...Sì, la creazione, sì, però fare, leggere
così per assorbire, no. L'assorbimento mi piace più farlo
direttamente. Infatti appena ho finito il libro, sono andato
via, sono andato a viaggiare ...e sono andato senza neanche prendere
un appunto, senza una macchina fotografica, senza niente, così.
Quindi non è perché c'è una cosa più moderna
del libro, ma perché c'è una cosa che è forse
più interessante ed è 'vedere il mondo direttamente'.
E che rapporto ha con la storia, con tutta questa storia che
Tiziano le ha narrato, raccontato, regalato e ha scoperto nei
suoi libri, adesso, dopo questa esperienza?
In qualche modo bisogna tutti reimpararla, la storia, ma bisogna
poi credere a quello che ti raccontano gli altri, o no? Ti raccontano
che la storia è andata così, però se non
l'hai vista, non è la stessa cosa. Spesso mi colpiva quando
parlava...della pace, ne parlava in una maniera forte, perché conosceva,
con freschezza, con vividezza, per averla vista, la guerra. Cioè aveva
visto cose così brutte che non me ne ero reso conto neanch’io...Ma
quando ci ho parlato, è venuto fuori proprio questo: che
se le hai viste con i tuoi occhi, ti creano un tipo di reazione,
se le hai solo lette, attraverso la storia, ti sembrano quasi
divertenti. Cioè in qualsiasi film che guardi, per essere
un bel film, ci devono essere ammazzamenti, battaglie, anche
eroi, in cui vince questo o quell'altro, vincono i buoni, vince
qualcuno, va tutto bene. Queste cose, come le battaglie, vengono
usate per divertirci, no? Anche i libri di storia, in fondo,
sono divertenti da leggere. Più battaglie ci sono e più divertenti
sono. Solo quando la vivi, in prima persona, quando ci sei, quando
la vedi, quando in qualche modo ne soffri, o perché perdi
qualcosa tu, perdi una persona, perdi un braccio, o perdi persone
care, o vedi persone per cui senti compassione veramente...Allora
a quel punto, questa storia diventa diversa. Perciò certo è importante
conoscere la storia...Però credo che alla fine, ognuno
deve imparare da solo e conoscere la storia da solo. Cioè non
c'è modo di accorciare il processo della vita, conoscendo
da giovane quello che dovrebbe sapere un vecchio. Devi vivere
tu stesso le tappe… e poi oggi abbiamo come l’urgenza
di conoscere quello che sta succedendo ora. Potrebbe scoppiare
il mondo la settimana prossima e noi non lo sappiamo, perciò dobbiamo
concentrarci sull'adesso. Invece forse è importante che
alcune persone conoscano bene la storia, perché in questo
modo si capisce anche come siamo arrivati dove siamo.
Suo padre amava particolarmente la statuina di Milarepa,
il. E l’ha tenuta con sé fino alla fine, come simbolo
di chi ascolta le sofferenze del mondo. E l’ha anche nell’ultima
foto del libro.
Sì, la teneva sempre con sé all’Orsigna,
rappresenta il saggio tibetano che ascolta con la mano all’orecchio.
Non so se si identificava in questa figura o perché gli
piacesse questa statuetta di Milarepa, che oltretutto, per lui
che ha delle belle cose, era una statuetta molto piccola, moderna.
Era una riproduzione moderna che aveva comprato in un mercatino
in Nepal, una cosa da due soldi...però gli piaceva ...quella.
Per lei invece che cosa ha rappresentato l'ascolto,
visto che per mesi è diventato semplicemente orecchio,
antenna, ricettore...
A volte è interessante ascoltare, no? Io so già quello
che dico, perciò non mi interessa, allora è interessante
ascoltare gli altri. Contano anche i tempi dell'ascolto, perché se
uno ascolta per un tempo breve, sente un certo tipo di cosa,
se questo tempo si allunga, entra in altri livelli della persona
che ti parla. Io, prima di fare questa cosa col mio babbo, ho
deciso di non mettermici dentro. Lui, all'inizio, pensava di
fare un dialogo tra padre e figlio. Invece gli ho detto che volevo
solo ascoltare. Io ho tempo, mentre lui era alla fine, sicché ero
curioso di quello che lui aveva da dire. Allora le poche domande
che faccio, sono solo per farlo parlare di più, ma non
sono per contrastare. Di solito il rapporto padre-figli è anche
un rapporto di scontri. Di questo nel libro c'è pochissimo,
perché non volevo contraddire niente. Non contava la mia
opinione. Volevo semplicemente tirare fuori quello che lui aveva
concluso su cosa è la vita.
E al riascolto, nel momento in cui ha dovuto trascrivere
tutto e ragionarci ancora intorno per tradurla in libro, c'è stata
la possibilità di andare molto più in profondo?
Sì, perché uno si rende conto che quando ascolta
la prima volta, non sente tre quarti di quello che l'altra persona
ti sta dicendo, perciò devi sentirla quattro volte, per
poi capire quello che veramente ti raccontava. Nel riascolto
ho scoperto molte cose. Proprio entrando dentro il testo ho capito
molto. Ho scoperto molte cose su di lui che proprio non sapevo,
a cui non avevo mai pensato. Poi ti passa, lì per lì passa
e se non l'hai sentito e non lo senti mai più, mentre
col fatto che l'ho registrato, sono riuscito a tornarci varie
volte...E ora mi sembra di capire mio padre.
Noi abbiamo ascoltato insieme molte parti di questo
racconto, di questa testimonianza spirituale contenuta nel
libro. C'è un'ultima
parte, invece, che lei ha sentito e ci può raccontare.
Verso la fine di questi tre mesi, quando lui era proprio debole,
siamo arrivati al punto in cui io non avevo quasi più niente
da chiedere. Mi sembrava di avere già sentito quello che
volevo sentire, che lui avesse già detto più o
meno tutto quello che contava. Certo la vita è lunga e
uno potrebbe parlare per 70 anni, però non è necessario.
Lui voleva tirare fuori l'essenza e l'essenza già c'era,
per cui le domande erano quasi finite. E poi un giorno mi è venuta
in mente un'ultima cosa: ero curioso, quando lo vedevo seduto
lì in giardino, come non lo avevo mai visto, a passare
delle ore guardando semplicemente i monti, le nuvole, l'erba,
no? Ero curioso di capire: cosa vedeva? Cioè cosa lo interessava,
guardando questo mondo, questa valle, quando in fondo, non succedeva
molto...Non sapevo come formulare bene questa domanda, volevo
cercare di vedere attraverso i suoi occhi, alloro gli ho detto
una volta, 'Ma allora babbo, cosa vedi, quando guardi il mondo?'
E questa domanda gli è piaciuta molto. Gli è piaciuta
tanto che non mi ha risposto e ha detto: 'Ci penso e poi ti risponderò '.
E alla fine, le sue ultime parole, sono state la risposta a quella
domanda. Un giorno, dopo un po' di tempo che non aveva parlato,
perché verso la fine non si parlava quasi più,
insomma, neanche quell'ora al giorno, ha detto 'Voglio parlare'.
E ha incominciato a rispondere con questa voce, questa strana
voce...l'ultima voce. Quasi non si sentiva, eravamo tutti là a
cercare di capire, diceva: 'Prima vedevo, vedevo il mondo a fette,
e ora vedo tutto uno, l'erba, gli animali...prima vedevo tutto
separato: le persone separate dagli animali, dall'erba, e ora è tutta
una cosa, è tutto uno'. E c'era questa strana...quasi
un'esaltazione, erano scomparse le barriere, erano scomparsi
i conflitti, erano scomparse tutte le distinzioni tra le cose
ed era tutt'uno e questo tutt'uno era una meraviglia. E questa è l'ultima
cosa che ha detto. Poi ha voluto andare in camera, nella sua
stanzina, nella sua gompa di legno e si è disteso, e poi
per due giorni non ha più parlato, ha solo respirato.
C'era questo respiro e poi...
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