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Un paese occupato
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VUOTI
DI POTERE PERICOLOSI. E VOLUTI
In Congo si combatte ormai da 4 anni.
E qualcuno rimpiange oggi, nel 2001, persino lo spietato Congo belga
di Leopoldo I. L'assassinio di Laurent Desiré Kabila, lo scorso
16 gennaio, ha gettato un intero Paese ancor più nel caos, mentre
migliaia di bambini prendevano in mano fucili, come denunciato ripetutamente
da Amnesty International, e poco meno di 700 mila civili scappavano
via.
Ovunque, pur di sopravvivere. Negli ultimi 4 anni i morti sono oltre
2,5 milioni: innumerevoli i casi di stupro, sevizie, torture. In
Congo tutto è permesso, e tutti vogliono esserci, nella convinzione
di arraffare qualcosa.
Uganda, Ruanda, Zimbabwe ed Angola sono presenti con proprie truppe
e il loro ritiro è uno dei punti controversi dell'applicazione degli
accordi di pace di Lusaka del 1999.
GLI ULTIMI ANNI
La
situazione, in tempi recenti, peggiora nel 1994. Il genocidio e
la guerra civile ruandese provocano un enorme flusso di profughi:
oltre un milione, verso il Congo (allora ancora Zaire). Il Congo
importa disperati disposti a tutto per vendicare pulizie etniche
subite da hutu e tutsi. Nel 1996, in settembre scoppia la guerra
nella regione del Kivu (a est del Paese). A guidare i ribelli è
Laurent Desiré Kabila, con il sostegno dei governi di Ruanda (ormai
saldamente in mano ai tutsi) e Uganda.
Nel '97 Kabila avanza verso la capitale
mentre le forze armate regolari si dissolvono. Il 17 maggio Kabila
si proclama capo dello Stato subito dopo la partenza da Kinshasa
del maresciallo Mobutu Sese Seko al potere da 32 anni, da quando
lo Zaire era diventato indipendente dal Belgio. Il paese torna a
chiamarsi Congo (repubblica democratica) e Kabila assume pieni poteri,
reprimendo brutalmente ogni opposizione interna.
Nel '98, in agosto, scoppia una nuova
ribellione nel Kivu, questa volta contro il regime di Kabila, da
parte di ex militari zairesi e miliziani banyamulenge (congolesi
tutsi di origine ruandese). La rivolta si trasforma rapidamente
in una guerra regionale con l'intervento di Ruanda, Burundi e Uganda
a fianco dei ribelli e di Angola, Namibia e Zimbabwe a sostegno
di Kabila.
Il
18 aprile 1999 Kabila e il presidente ugandese Yoveri Museveni firmano
in Libia un accordo che prevede un cessate il fuoco e il ritiro
delle forze straniere, ma il conflitto continua. Il 10 luglio un
nuovo accordo viene firmato da Kabila e i suoi alleati, oltre che
da Uganda e Ruanda, ma anche questo accordo viene disatteso. Secondo
fonti Onu continuano i massacri e le violenze. L'ONU, finalmente,
interviene nel febbraio 2000, inviando 5.537 soldati: il 17 giugno
l'Onu approva una risoluzione in cui ordina il ritiro di tutte le
forze straniere. Ma non fissa una data limite e tutto, o quasi,
resta come prima.
Il
6 dicembre 2000 le parti in conflitto, fatta eccezione per uno dei
tre movimenti ribelli, firmano un accordo di disimpegno delle loro
forze per permettere il dispiegamento della forza dell'Onu. Promesse
vuote, perché nessuna delle Potenze confinanti vuole lasciare il
Congo per prima, nessuna delle fazioni vuole disarmarsi. A gennaio
Kabila è assassinato e il parlamento proclama presidente suo figlio,
il generale Joseph Kabila, che ad inizio aprile destituisce il governo.
Il nuovo esecutivo, tra l'altro, compie un passo importante e liberalizza
il commercio dei diamanti, prima fonte di valuta per il Paese, sospendendo
il monopolio di acquisto ed esportazione di una società israeliana.
Secondo stime ufficiali, il potenziale di esportazione del settore
diamantifero della Rdc è dell'ordine di 600 milioni di dollari all'anno
(circa 230 miliardi di lire), ma le esportazioni legali non superano
attualmente i 240 milioni di dollari. I resto, se ne va in contrabbando,
e la liberalizzazione dei traffici potrebbe arginare, si spera,
il fenomeno.
SPIRAGLI DI LUCE
Lo
scorso 6 luglio a Nairobi un vertice tra il presidente ugandese
Yoweri Museveni e quello ruandese Paul Kagame sembra metter fine
allo scontro tra Ruanda ed Uganda, una delle variabili impazzite
del dramma concolese. Poche ore prima, a Dar es Salaam, in Tanzania,
Museveni e il presidente della RDC Joseph Kabila annunciano il disgelo
tra Uganda e Congo, fino ad oggi di fatto in guerra.
Le potenze regionali vicine hanno cominciato a ritirare le truppe
dal Congo, dove sono arrivati i caschi blu Onu. Certo, nel Congo
si continua a morire. Nelle ultime settimane, in particolare, sono
stati uccisi poco meno di un migliaio di stregoni, a colpi di machete.
Le loro proprietà vengono espropriate e ridistribuite nella comunità,
e forse, come sempre in Congo, dietro ad apparenti motivazioni religiose
si nascondono interessi economici, faide etniche, vendette tribali.
Ma i segnali incoraggianti, una volta tanto, non mancano.
E'
di questi giorni (23 agosto 2001) la notizia dell'avvio del dialogo
a Gaborone, in Botswana, fra le parti in lotta in Congo. Presto
potrebbe riunirsi il Dialogo intracongolese, il forum nazionale
previsto dagli accordi di pace di Lusaka firmati due anni fa per
la pacificazione della Repubblica Democratica del Congo. I Paesi
confinanti sono stati nuovamente invitati a ritirare le truppe dal
Congo. Nel forum nazionale saranno il governo di Kinshasa, la Coalizione
democratica congolese (sostenuta militarmente dal Ruanda) e il Movimento
di liberazione del Congo (appoggiato dall'Uganda). Obiettivo, arrivare
in due, tre anni ad elezioni democratiche. Ma si parlerà, forse,
anche di coltan.
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