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Attaccare l'Iraq, dunque. Rovesciare Saddam Hussein.
Ma dopo? Nel 1991, la fine della prima Guerra del Golfo
apre spazi ad un nuovo assetto regionale, parte di quel
Nuovo Ordine Mondiale divenuto la dottrina di politica
estera della Casa Bianca. La conferenza di Madrid avvia
il processo di pace fra Israele e palestinesi, i curdi
trovano per la prima volta protezione internazionale
con le no-fly zones imposte all'Iraq. Ma a Baghdad il
rais resta al potere, obbligando Washington e gli alleati
a trovare nuovi strumenti per risolvere la questione
irachena.
La soluzione praticabile viene identificata nell'adozione
da parte delle Nazioni Unite di una serie di risoluzioni
che impongono a Baghdad un pesante embargo e che, di
fatto, tagliano fuori il Paese di Saddam Hussein dall'economia
internazionale. Gli equilibri geopolitici della Regione
si rimodellano quindi sulla base del congelamento dell'Iraq,
un Paese uscito sì da otto anni di guerra con
l'Iran e dall'umiliazione di Desert Storm , ma pur sempre
Potenza regionale con 23 milioni di abitanti e un potenziale
di sviluppo garantito dalle ingenti risorse energetiche.
Il totale fallimento delle sanzioni economiche, il
rifiuto dell'amministrazione Clinton di fronte alle
sollecitazioni da parte di alcuni alleati per la fine
dell'embargo, e il parziale ammorbidimento assicurato
dal programma oil for food (che riapriva i rubinetti
del petrolio iracheno in cambo di generi di prima necessità)
ripropongono con forza agli analisti del Dipartimento
di Stato e dell'intelligence americana il problema Saddam.
Un problema solo accantonato dopo l'11 settembre e la
guerra in Afghanistan. Ora, a differenza del 1991, la
questione del cambio di regime a Baghdad è posta
esplicitamente, come d'altra parte aveva anticipato
già nel '98 l'amministrazione Clinton, che riuscì
a far dichiarare al Congresso "criminale di guerra"
Saddam Hussein. E sul futuro iracheno si formulano più
ipotesi.
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