Cirami e il legittimo sospetto
Diamo i numeri
2003 - La replica di Prodi

La dichiarazione spontanea resa in aula dal presidente del Consiglio Sivio Berlusconi il 5 maggio suscita reazione a catena: in ambienti istituzionali, politici, nell'opinione pubblica. Chiamato direttamente in causa per il suo ruolo nella cessione della Sme a De Benedetti, il presidente della commissione europea Romano Prodi risponde con la sua versione dei fatti: la mancata vendita della Sme a De Benedetti produsse danni all'Iri e all'Italia, a cominciare dal ritardo "di quasi un decennio" procurato all'avvio "dell'indispensabile processo delle privatizzazioni". E il prezzo stabilito nel 1985 era "giusto" rispetto alla situazione dell'epoca.

2003 - SOMMARIO

Rossato ci ripensa

La difesa: il processo va spostato
Cassazione: il processo resti a Milano
Berlusconi: andrò fino in fondo
Pacifico: un processo su prove false
Salta l'interrogatorio di Previti
Un'apparizione
Berlusconi in aula
La replica di Prodi

Il racconto parte di Prodi dal 29 aprile del 1985, quando da presidente dell'Iri lo stesso Prodi firma un documento di 4 pagine con Carlo De Benedetti, presidente della Buitoni, per la cessione del 64,36% della Sme per 497 miliardi di lire. La fase finale del negoziato, spiega Prodi, "era durata venti ore e si era svolta nella sede milanese di Mediobanca". Tra i presenti anche Enrico Cuccia, Silvio Salteri e Vincenzo Maranghi. La Sme cercò utili con il lancio nel settore alimentare di marchi come Surgela, Cirio, Star, Mellin, Motta e Alemagna, De Rica, Bertolli. Ma i risultati "non erano stati brillanti" e quindi "le perdite erano esplose". Il settore alimentare "si presentava ricco di promesse". "Ma servivano tanti soldi e tante energie. E l'Iri, pieno di debiti e ancora impegnato a produrre e a offrire di tutto, dagli aerei alle mozzarelle -osserva la nota di Prodi- non aveva né gli uni né le altre". Era chiaro che lo Stato "doveva ridurre il proprio campo di azione e lasciare spazio ai privati".

L'Iri avviò allora "ampi contatti nel mondo imprenditoriale" per trovare acquirenti alla Sme. "La risposta era stata sempre la stessa -si legge nella nota di Prodi- singolarmente prese alcune aziende erano interessanti ma, tutt'intero, il gruppo Sme era troppo grande e troppo caro". Erano le risposte della famiglia Fossati, titolare del gruppo Star. E di Pietro Barilla, "che, formalmente informato dell'intenzione di vendere -si legge nella ricostruzione- aveva risposto dicendosi eventualemente interessato solo a qualche azienda della Sme nel caso di un suo smembramento". Stessa risposta da Michele Ferrero "e da Silvio Berlusconi".

"Silvio Berlusconi, in particolare -si legge ancora- in un incontro con l'amministratore delegato della Sme Giuseppe Rasero svoltosi il 3 aprile, poco prima che si avviasse il dialogo con Carlo De Benedetti, aveva detto che, alle quotazioni di Borsa di quel periodo, dalle quali discendeva una valutazione complessiva attorno ai 500 miliardi, la Sme era troppo cara e al di fuori della sua portata". Quando, dunque, De Benedetti, che aveva da poco comperato la Buitoni-Perugina strappandola all'ultimo minuto alla francese Danone, si presentò dicendosi interessato ad acquistare tutta la Sme per dare vita ad un gruppo alimentare italiano di dimensioni europee, "l'offerta apparve in linea con la strategia decisa dall'Iri".


L'Iri a questo punto ha sul tavolo la perizia chiesta poche settimane prima a Roberto Poli, "professore di ragioneria generale alla Cattolica di Milano, uno dei professionisti italiani più stimati e che negli anni successivi avrebbe ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di consigliere d'amministrazione di Fininvest e di Mondadori e di presidente prima della Rizzoli e, poi, di Publitalia prima di essere designato, dall'attuale governo, presidente dell'Eni". "1.106,9 lire per ogni azione Sme corrispondenti, per la quota detenuta dall'Iri, a 497.159.500.000. Fu la valutazione del prof. Poli e questo fu il prezzo che venne concordato con De Benedetti. Il prezzo simbolico di una lira per la Sidalm era la conseguenza di un avviamento negativo superiore al valore netto rettificato", prosegue la nota di Prodi.

A dire la sua sul valore della Sme fu anche i prof. Luigi Guatri, rettore dell'Università Bocconi, che "confermò la congruità del prezzo pattuito per la cessione". "Richiesto di un parere sulla 'convenienza' delle 'condizioni negoziate' -si legge nella nota di Prodi- Guatri rispose che esse dovevano essere giudicate 'in modo nettamente positivo'. 'Considerato che ogni stima d'azienda' valida in un intervallo compreso tra un massimo (con i parametri più favorevoli) e un minimo (con parametri meno favorevoli), la perizia del prof. Poli -scrisse Guatri- a mio avviso, si avvicina al limite massimo"'. Per il via libera alle cessione, dovevano seguire il via libera del Cda dell'Iri "l'autorizzazione di legge" che sarebbe stata richiesta "tempestivamente all'autorità di governo". "Sul primo fronte non ci furono problemi -si legge nel documento- Tutti i consiglieri, in particolare, concordarono sulla congruità del prezzo stabilito per la vendita. Il vicepresidente dell'Iri Pietro Armani chiese addirittura di approfittare della cessione per fare acquistare dalla Cirio anche le tenute agricole di proprietà di una finanziaria Iri e che la stessa Cirio aveva in affitto. Il fronte sul quale, invece, si manifestarono rapidamente i problemi che condussero, alla fine, all'annullamento dell'intera operazione di vendita fu quello del governo".

Prodi, però, non poteva certo vendere la Sme da solo. Informò pertanto il ministro delle Partecipazioni Statali Clelio Darida: "era lui il suo interlocutore istituzionale e fu lui e soltanto lui, dunque, che Prodi tenne al corrente di tutti gli sviluppi del negoziato -prosegue la ricostruzione dell'ufficio del presidente della commissione europea- Questo, tuttavia, non fu sufficiente. Nel primo Consiglio dei ministri dopo l'aunnuncio dell'intesa con De Benedetti, il presidente del Consiglio Craxi si lamentò di non essere stato tenuto al corrente e sollevò dubbi sulla cifra pattuita per la vendita. Lo stesso Consiglio si concluse chiedendo che l'operazione fosse 'attentamente studiata sotto il profilo della congruita"'. La questione era il prezzo: "C'erano le perizie di Poli e di Guatri, l'approvazione del Cda dell'Iri -si legge nella nota di Prodi- Per di più mancava, prima e dopo la conclusione delle trattative con De Benedetti, qualsiasi offerta concorrente. O così, almeno, fu fino a meno di 100 ore prima che scadessero i termini a disposizione del ministro delle Partecipazioni statali per esprimere un suo eventuale parere negativo". Allora, "Prodi ricevette, su carta intestata 'Studio legale prof. Avv. Italo Scalera', per l'intera partecipazione Sme un'offerta di 550 miliardi di lire. 'I miei mandanti -precisava la lettera dell'avvocato- saranno nominati all'atto stesso della conclusione del contratto: comprendera' Ella come tale riserbo sia inevitabile"'. Una offerta da contrapporre a quella di De Benedetti era, dunque, arrivata. Tanto bastò per rinviare una prima volta il perfezionamento della vendita alla Buitoni "anche se -osserva Prodi- dopo la sua prima lettera, l'avvocato Scalera di fatto si sottrasse ad ogni contatto".

Poi arrivò una nuova offerta, "questa volta via fax inviato in copia anche al presidente del Consiglio Craxi e al ministro Darida", di 600 miliardi, con le firme di Barilla, Berlusconi e Ferrero, "tre degli operatori che, nelle settimane precedenti, avevano specificamente rifiutato di considerare l'ipotesi di un acquisto della Sme. Dopo di quella, la pioggia delle offerte si intensificò", osserva il documento. "Di tutti gli eventi successivi, il presidente dell'Iri Romano Prodi non fu che spettatore -prosegue la ricostruzione- Basti ricordare che il fallimento del progetto che prevedeva l'uscita dell'Iri dal settore alimentare venne decretato nel 1988 quando il governo dichiarò che quella della Sme era per lo Stato una proprietà 'strategica'.

"I 497 miliardi concordati erano sì o no un prezzo congruo? L'assenza di ogni reale interesse all'acquisto della Sme prima dell'offerta della Buitoni di De Benedetti, le perizie di due professionisti del calibro di Poli e Guatri e, infine, l'unanime valutazione dei consiglieri d'amministrazione dell'Iri permettono di affermare con sicurezza che il prezzo era effettivamente giusto -si legge nella nota di Prodi- Né può valere, a contraddire questa affermazione e a far pensare che il valore della Sme possa essere stato sottostimato, il rilancio sino a 600 miliardi di tre imprenditori come Barilla, Berlusconi e Ferrero". "Anche senza soffermarsi sulla affermazione, fatta da uno dei tre firmatari del rilancio, secondo la quale sarebbe stato il presidente del Consiglio Craxi a chiedere il suo intervento -prosegue la nota di Prodi- il fatto che imprenditori che avevano tutti escluso un proprio interesse per la Sme prima dell'iniziativa di De Benedetti si siano, invece, mossi dopo che la Buitoni avava fatto il primo passo, aiuta a capire come le loro offerte e, dunque, le loro valutazioni fossero basate su criteri diversi da quelli strettamente finanziari e tecnici". Criteri, insomma, politici. 437 miliardi per la Italgel (gelati e panettoni), 310 miliardi per Cirio-Bertolli-De Rica, 704 miliardi per i supermercati GS e Autogrill. Bastano queste cifre incassate dall'Iri per la vendita frazionata del gruppo "dopo che, nel maggio del 1993, Prodi era ritornato alla guida dell'Iri su richiesta dell'allora presidente del Consiglio Ciampi" per avvalorare la tesi di una svendita della Sme tutta intera a "poco meno di 500 miliardi" nel1985? No, risponde di Prodi. "Un no abbastanza semplice a spiegarsi -si legge nella nota- Innanzitutto, perché il confronto tra quello che l'Iri non riuscì a vendere nel 1985 e quello che invece vendette 8, 9 e 10 anni dopo non è possibile perché si tratta di realtà diverse. Un conto èun gruppo intero e complesso come la Sme, altro conto sono aziende separate e ben distinte tra loro come quelle poi cedute frazionando il gruppo. Un conto è un gruppo in una situazione ancora di grave difficoltà come la Sme dell'85, altra cosa sono aziende largamente risanate con centinaia di miliardi di investimenti come quelle vendute dallo stesso Prodi durante il suo secondo mandato alla presidenza dell'Iri". Se l'IRI incassò molto di più, insomma, è perché nel frattempo la gestione Prodi risollevò le aziende della Sme da una situazione pesantissima.

"Il fatto, in ogni caso, è che non esiste per un'azienda un prezzo giusto per ogni tempo. La congruità del prezzo si deve valutare rispetto al momento in cui il prezzo è stato determinato -prosegue la ricostruzione di Prodi- Se guardiamo a una qualsiasi delle grandi aziende delle telecomunicazioni o di qualsiasi altro settore, quali sono i prezzi giusti : quelli altissimi determinati, solo pochi anni fa, dalle quotazioni di una Borsa ai massimi storici e da una corsa alle acquisizioni che portava a valutare le aziende moltiplicando quasi senza limite gli utili annuali o quelli di oggi che risentono del crollo del valore dei titoli, dell'11 settembre e di tutto il resto?".

"Ma non è su dei numeri che si conclude questa ricostruzione della vicenda Sme -si legge nella nota- perché questi da soli non bastano a capire i veri prezzi pagati, dall'Iri, cioè dallo Stato, dall'economia italiana e dall'Italia tutt'intera. Il primo a sopportare pesanti conseguenze per la mancata vendita della Sme, infatti, fu l'Iri, costretto ancora per anni ad investire in attività secondarie sottraendo risorse a quei settori nei quali più urgente e prezioso era il suo intervento". "Quanto all'Italia, il diretto risultato della mancata cessione della Sme fu che il paese che più di ogni altro aveva le tradizioni, le capacità, il gusto per affermarsi nel settore alimentare divenne terra di conquista per gli stranieri, priva di un gruppo capace di misurarsi da pari a pari con i grandi nomi mondiali (Nestlé, Unilever, Danone, Kraft). Con conseguenze non trascurabili per la vitalità e la capacità concorrenziale di tutto il comparto agro-alimentare italiano. Su un piano più generale -conclude Prodi- lo stop alla vendita della Sme contribuì in modo decisivo a ritardare di quasi un decennio l'avvio dell'indispensabile processo delle privatizzazioni" che partì solo negli anni '90.

1999
A novembre del 99 il gup del Tribunale di Milano rinvia a giudizio Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Attilio Pacifico, Renato Squillante ...
2000
Lo scontro fra la Procura e la difesa è durissimo fin dalle prime udienze del dibattimento, con il rigetto del tribunale dell'istanza ...
2001

Il 3 aprile 2001 Renato Squillante, l'ex capo dei Gip di Roma, torna sotto i riflettori. I suoi legali ricusano i giudici del tribunale di Milano ...

2002
L'anno si apre nel segno della polemica politica: al centro delle numerosissime dichiarazioni di esponenti dei partiti, il caso Brambilla...
2003
Con il processo temporaneamente sospeso in attesa della decisione della Cassazione sulla richiesta di rimessione per legittimo sospetto presentata dai legali...
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