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Il racconto parte di Prodi dal 29 aprile del 1985, quando
da presidente dell'Iri lo stesso Prodi firma un documento
di 4 pagine con Carlo De Benedetti, presidente della Buitoni,
per la cessione del 64,36% della Sme per 497 miliardi di lire.
La fase finale del negoziato, spiega Prodi, "era durata venti
ore e si era svolta nella sede milanese di Mediobanca". Tra
i presenti anche Enrico Cuccia, Silvio Salteri e Vincenzo
Maranghi. La Sme cercò utili con il lancio nel settore
alimentare di marchi come Surgela, Cirio, Star, Mellin, Motta
e Alemagna, De Rica, Bertolli. Ma i risultati "non erano stati
brillanti" e quindi "le perdite erano esplose". Il settore
alimentare "si presentava ricco di promesse". "Ma servivano
tanti soldi e tante energie. E l'Iri, pieno di debiti e ancora
impegnato a produrre e a offrire di tutto, dagli aerei alle
mozzarelle -osserva la nota di Prodi- non aveva né
gli uni né le altre". Era chiaro che lo Stato "doveva
ridurre il proprio campo di azione e lasciare spazio ai privati".
L'Iri avviò allora "ampi contatti nel mondo imprenditoriale"
per trovare acquirenti alla Sme. "La risposta era stata sempre
la stessa -si legge nella nota di Prodi- singolarmente prese
alcune aziende erano interessanti ma, tutt'intero, il gruppo
Sme era troppo grande e troppo caro". Erano le risposte della
famiglia Fossati, titolare del gruppo Star. E di Pietro Barilla,
"che, formalmente informato dell'intenzione di vendere -si
legge nella ricostruzione- aveva risposto dicendosi eventualemente
interessato solo a qualche azienda della Sme nel caso di un
suo smembramento". Stessa risposta da Michele Ferrero "e da
Silvio Berlusconi".
"Silvio Berlusconi, in particolare -si legge ancora-
in un incontro con l'amministratore delegato della Sme Giuseppe
Rasero svoltosi il 3 aprile, poco prima che si avviasse il
dialogo con Carlo De Benedetti, aveva detto che, alle quotazioni
di Borsa di quel periodo, dalle quali discendeva una valutazione
complessiva attorno ai 500 miliardi, la Sme era troppo cara
e al di fuori della sua portata". Quando, dunque, De Benedetti,
che aveva da poco comperato la Buitoni-Perugina strappandola
all'ultimo minuto alla francese Danone, si presentò
dicendosi interessato ad acquistare tutta la Sme per dare
vita ad un gruppo alimentare italiano di dimensioni europee,
"l'offerta apparve in linea con la strategia decisa dall'Iri".
L'Iri a questo punto ha sul tavolo la perizia chiesta poche
settimane prima a Roberto Poli, "professore di ragioneria
generale alla Cattolica di Milano, uno dei professionisti
italiani più stimati e che negli anni successivi avrebbe
ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di consigliere d'amministrazione
di Fininvest e di Mondadori e di presidente prima della Rizzoli
e, poi, di Publitalia prima di essere designato, dall'attuale
governo, presidente dell'Eni". "1.106,9 lire per ogni azione
Sme corrispondenti, per la quota detenuta dall'Iri, a 497.159.500.000.
Fu la valutazione del prof. Poli e questo fu il prezzo che
venne concordato con De Benedetti. Il prezzo simbolico di
una lira per la Sidalm era la conseguenza di un avviamento
negativo superiore al valore netto rettificato", prosegue
la nota di Prodi.
A dire la sua sul valore della Sme fu anche i prof. Luigi
Guatri, rettore dell'Università Bocconi, che "confermò
la congruità del prezzo pattuito per la cessione".
"Richiesto di un parere sulla 'convenienza' delle 'condizioni
negoziate' -si legge nella nota di Prodi- Guatri rispose che
esse dovevano essere giudicate 'in modo nettamente positivo'.
'Considerato che ogni stima d'azienda' valida in un intervallo
compreso tra un massimo (con i parametri più favorevoli)
e un minimo (con parametri meno favorevoli), la perizia del
prof. Poli -scrisse Guatri- a mio avviso, si avvicina al limite
massimo"'. Per il via libera alle cessione, dovevano seguire
il via libera del Cda dell'Iri "l'autorizzazione di legge"
che sarebbe stata richiesta "tempestivamente all'autorità
di governo". "Sul primo fronte non ci furono problemi -si
legge nel documento- Tutti i consiglieri, in particolare,
concordarono sulla congruità del prezzo stabilito per
la vendita. Il vicepresidente dell'Iri Pietro Armani chiese
addirittura di approfittare della cessione per fare acquistare
dalla Cirio anche le tenute agricole di proprietà di
una finanziaria Iri e che la stessa Cirio aveva in affitto.
Il fronte sul quale, invece, si manifestarono rapidamente
i problemi che condussero, alla fine, all'annullamento dell'intera
operazione di vendita fu quello del governo".
Prodi, però, non poteva certo vendere la Sme da solo.
Informò pertanto il ministro delle Partecipazioni Statali
Clelio Darida: "era lui il suo interlocutore istituzionale
e fu lui e soltanto lui, dunque, che Prodi tenne al corrente
di tutti gli sviluppi del negoziato -prosegue la ricostruzione
dell'ufficio del presidente della commissione europea- Questo,
tuttavia, non fu sufficiente. Nel primo Consiglio dei ministri
dopo l'aunnuncio dell'intesa con De Benedetti, il presidente
del Consiglio Craxi si lamentò di non essere stato
tenuto al corrente e sollevò dubbi sulla cifra pattuita
per la vendita. Lo stesso Consiglio si concluse chiedendo
che l'operazione fosse 'attentamente studiata sotto il profilo
della congruita"'. La questione era il prezzo: "C'erano le
perizie di Poli e di Guatri, l'approvazione del Cda dell'Iri
-si legge nella nota di Prodi- Per di più mancava,
prima e dopo la conclusione delle trattative con De Benedetti,
qualsiasi offerta concorrente. O così, almeno, fu fino
a meno di 100 ore prima che scadessero i termini a disposizione
del ministro delle Partecipazioni statali per esprimere un
suo eventuale parere negativo". Allora, "Prodi ricevette,
su carta intestata 'Studio legale prof. Avv. Italo Scalera',
per l'intera partecipazione Sme un'offerta di 550 miliardi
di lire. 'I miei mandanti -precisava la lettera dell'avvocato-
saranno nominati all'atto stesso della conclusione del contratto:
comprendera' Ella come tale riserbo sia inevitabile"'. Una
offerta da contrapporre a quella di De Benedetti era, dunque,
arrivata. Tanto bastò per rinviare una prima volta
il perfezionamento della vendita alla Buitoni "anche se -osserva
Prodi- dopo la sua prima lettera, l'avvocato Scalera di fatto
si sottrasse ad ogni contatto".
Poi arrivò una nuova offerta, "questa volta via fax
inviato in copia anche al presidente del Consiglio Craxi e
al ministro Darida", di 600 miliardi, con le firme di Barilla,
Berlusconi e Ferrero, "tre degli operatori che, nelle settimane
precedenti, avevano specificamente rifiutato di considerare
l'ipotesi di un acquisto della Sme. Dopo di quella, la pioggia
delle offerte si intensificò", osserva il documento.
"Di tutti gli eventi successivi, il presidente dell'Iri Romano
Prodi non fu che spettatore -prosegue la ricostruzione- Basti
ricordare che il fallimento del progetto che prevedeva l'uscita
dell'Iri dal settore alimentare venne decretato nel 1988 quando
il governo dichiarò che quella della Sme era per lo
Stato una proprietà 'strategica'.
"I 497 miliardi concordati erano sì o no un prezzo
congruo? L'assenza di ogni reale interesse all'acquisto della
Sme prima dell'offerta della Buitoni di De Benedetti, le perizie
di due professionisti del calibro di Poli e Guatri e, infine,
l'unanime valutazione dei consiglieri d'amministrazione dell'Iri
permettono di affermare con sicurezza che il prezzo era effettivamente
giusto -si legge nella nota di Prodi- Né può
valere, a contraddire questa affermazione e a far pensare
che il valore della Sme possa essere stato sottostimato, il
rilancio sino a 600 miliardi di tre imprenditori come Barilla,
Berlusconi e Ferrero". "Anche senza soffermarsi sulla affermazione,
fatta da uno dei tre firmatari del rilancio, secondo la quale
sarebbe stato il presidente del Consiglio Craxi a chiedere
il suo intervento -prosegue la nota di Prodi- il fatto che
imprenditori che avevano tutti escluso un proprio interesse
per la Sme prima dell'iniziativa di De Benedetti si siano,
invece, mossi dopo che la Buitoni avava fatto il primo passo,
aiuta a capire come le loro offerte e, dunque, le loro valutazioni
fossero basate su criteri diversi da quelli strettamente finanziari
e tecnici". Criteri, insomma, politici. 437 miliardi per la
Italgel (gelati e panettoni), 310 miliardi per Cirio-Bertolli-De
Rica, 704 miliardi per i supermercati GS e Autogrill. Bastano
queste cifre incassate dall'Iri per la vendita frazionata
del gruppo "dopo che, nel maggio del 1993, Prodi era ritornato
alla guida dell'Iri su richiesta dell'allora presidente del
Consiglio Ciampi" per avvalorare la tesi di una svendita della
Sme tutta intera a "poco meno di 500 miliardi" nel1985? No,
risponde di Prodi. "Un no abbastanza semplice a spiegarsi
-si legge nella nota- Innanzitutto, perché il confronto
tra quello che l'Iri non riuscì a vendere nel 1985
e quello che invece vendette 8, 9 e 10 anni dopo non è
possibile perché si tratta di realtà diverse.
Un conto èun gruppo intero e complesso come la Sme,
altro conto sono aziende separate e ben distinte tra loro
come quelle poi cedute frazionando il gruppo. Un conto è
un gruppo in una situazione ancora di grave difficoltà
come la Sme dell'85, altra cosa sono aziende largamente risanate
con centinaia di miliardi di investimenti come quelle vendute
dallo stesso Prodi durante il suo secondo mandato alla presidenza
dell'Iri". Se l'IRI incassò molto di più, insomma,
è perché nel frattempo la gestione Prodi risollevò
le aziende della Sme da una situazione pesantissima.
"Il fatto, in ogni caso, è che non esiste per un'azienda
un prezzo giusto per ogni tempo. La congruità del prezzo
si deve valutare rispetto al momento in cui il prezzo è
stato determinato -prosegue la ricostruzione di Prodi- Se
guardiamo a una qualsiasi delle grandi aziende delle telecomunicazioni
o di qualsiasi altro settore, quali sono i prezzi giusti :
quelli altissimi determinati, solo pochi anni fa, dalle quotazioni
di una Borsa ai massimi storici e da una corsa alle acquisizioni
che portava a valutare le aziende moltiplicando quasi senza
limite gli utili annuali o quelli di oggi che risentono del
crollo del valore dei titoli, dell'11 settembre e di tutto
il resto?".
"Ma non è su dei numeri che si conclude questa ricostruzione
della vicenda Sme -si legge nella nota- perché questi
da soli non bastano a capire i veri prezzi pagati, dall'Iri,
cioè dallo Stato, dall'economia italiana e dall'Italia
tutt'intera. Il primo a sopportare pesanti conseguenze per
la mancata vendita della Sme, infatti, fu l'Iri, costretto
ancora per anni ad investire in attività secondarie
sottraendo risorse a quei settori nei quali più urgente
e prezioso era il suo intervento". "Quanto all'Italia, il
diretto risultato della mancata cessione della Sme fu che
il paese che più di ogni altro aveva le tradizioni,
le capacità, il gusto per affermarsi nel settore alimentare
divenne terra di conquista per gli stranieri, priva di un
gruppo capace di misurarsi da pari a pari con i grandi nomi
mondiali (Nestlé, Unilever, Danone, Kraft). Con conseguenze
non trascurabili per la vitalità e la capacità
concorrenziale di tutto il comparto agro-alimentare italiano.
Su un piano più generale -conclude Prodi- lo stop alla
vendita della Sme contribuì in modo decisivo a ritardare
di quasi un decennio l'avvio dell'indispensabile processo
delle privatizzazioni" che partì solo negli anni '90.
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