Cirami e il legittimo sospetto
Diamo i numeri
DI AULA IN AULA: IL PROCESSO IMI-SIR

Il processo Imi-Sir nasce in anni ancora più lontani, rispetto a quelli delle denunce di Stefania Ariosto. Siamo nel 1982: Nino Rovelli chiama davanti al tribunale di Roma l'Istituto Mobiliare Italiano per non avere onorato una convenzione del '79 per il risanamento delle società del gruppo chimico Sir Rumianca: un affare da 500 miliardi di lire.

Quattro anni dopo, nel '96, il tribunale di Roma condanna l'Imi al risarcimento dei danni subiti da Rovelli. L'Imi, naturalmente, fa ricorso in Appello. Ma la Corte d'Appello di Roma nel 1990 conferma la sentenza di primo grado. Pochi giorni dopo, il 30 dicembre '90, Nino Rovelli muore a Zurigo lasciando alla vedova e ai quattro figli l'eredità di una richiesta di risarcimento da capogiro: perché con gli interessi ormai, il conto è salito a 800 miliardi. L'Imi tiene duro, i suoi legali ricorrono in Cassazione nel gennaio '92, ma dal fascicolo di udienza scompare la procura della stessa Imi ai propri avvocati. I legali di Rovelli possono così presentare una eccezione di improcedibilità.

Il giorno dopo l'Imi presenta una denuncia sulla scomparsa del documento, ma il processo intanto si è fermato. La Cassazione investe della questione la Corte Costituzionale: la mancanza di un documento depositato è causa sufficiente per la sospensione del processo? Il 24 novembre '92 la Consulta risponde che la questione è inammissibile, la Cassazione può e deve risolvere da sola il contenzioso.

Con un colpo di scena, nell'udienza del 10 giugno 1992, la procura scomparsa un anno e mezzo prima, riappare nel fascicolo, accompagnata da una lettera anonima indirizzata alla Suprema corte. Il documento finisce agli atti dell'inchiesta aperta dal pm di Roma Pietro Giordano sulla scomparsa della procura stessa. Il 14 luglio '93 la Cassazione emette la sentenza: vincono, ancora una volta, gli eredi Rovelli.

L'Imi tenta l'impossibile, sul piano legale per non dover pagare tutti gli 800 miliardi, ma anche gli ultimi tentativi vengono respinti dal tribunale di Roma l'11 novembre e dalla corte d' Appello di Roma il 7 gennaio 1994. Il 13 gennaio 1994 l'Imi liquida gli eredi Rovelli con un maxi assegno da 980,3 miliardi di vecchie lire (528,4 miliardi per capitale liquidato in sentenza, 430,5 per interessi legali, 21,2 miliardi di imposte di registro e spese varie). Il fisco italiano trattiene 64,2 miliardi per ritenute d'imposta sugli interessi di mora e qualcosa come 237,8 miliardi di imposte di successione (!). Un bonifico bancario diretto in Svizzera per la cifra di 678,3 miliardi viene messo a disposizione della vedova di Rovelli, Primarosa Battistella, residente a Lugano, e dei quattro figli Felice, Rita, Barbara e Oscar. Le indagini sulla scomparsa della procura speciale, archiviate a Roma, vengono intanto riaperte dalla Procura di Milano.

La stessa Procura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla presunta corruzione dei giudici di Roma, riapre la vicenda Imi-Sir, portando in giudizio in un processo ancora in corso l'on. Cesare Previti, che per la vicenda ha subito anche due richieste di arresto rigettate dalla Camera e si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, l'ex capo dei Gip di Roma, Renato Squillante, un altro avvocato, Attilio Pacifico, gli ex giudici Filippo Verde e Vittorio Metta, il figlio di Nino Rovelli, Felice, e la vedova dell'industriale, Primarosa Battistella. Per i pm la famiglia Rovelli versò una maxi tangente da 66 miliardi e 800 milioni di lire a Previti, Pacifico e Acampora per aggiustare' la causa che vedeva opposta la Sir all'Imi, e che fruttò proprio ai Rovelli circa mille miliardi di lire al lordo d'imposta.

La vicenda porta agli arresti Acampora e Pacifico prima, Felice Rovelli e Renato Squillante poi. Acampora ha sempre sostenuto che i soldi li ha avuti, ma per il suo impegno professionale a favore di Nino Rovelli. Il 28 settembre, Cesare Previti sostiene un lungo interrogatorio davanti al pm Ilda Bocassini e giustifica i movimenti sui suoi conti esteri, ritenuti dall'accusa collegati alla vicenda della corruzione dei giudici romani, con ''compensi derivanti da parcelle regolarissime''. Riguardo al versamento di oltre due milioni di dollari ricevuto nel '92, Previti spiega che il denaro proveniva ''dal gruppo Fininvest in relazione ad una attività professionale imponente e documentata'', in un periodo in cui il gruppo si stava espandendo in Europa. Non si tratta di parcelle un po' troppo elevate? Previti racconta che le cifre delle sue parcelle vennero concordate con un funzionario della Fininvest e versate in tranches. ''Non so come abbia provveduto - ha proseguito l'ex ministro della Difesa -, ne' mi interessa. Quello che deve interessare è che si tratta di regolarissime parcelle''. Quanto ai bonifici provenienti dall'avvocato Attilio Pacifico, amico di vecchia data, rientravano nell'ambito di compensazioni tra Italia e Svizzera che i due legali erano soliti fare. Comunque, ''mai neanche una lira a magistrati''. Infine, i rapporti con la famiglia Rovelli.

Quando Nino Rovelli venne assolto dalle accuse su modalità ed entità degli aiuti che la sua Sir riceveva dalle banche, Previti stabilì una parcella di 3 miliardi e 750 milioni, da pagarsi in Svizzera, non appena i Rovelli avessero recuperato la liquidità. ''Dopo la morte del padre, Felice Rovelli venne a sapere del debito - ha spiegato l'ex ministro - e si impegnò ad onorarlo in tutto e per tutto''. Successe nel '91, quando venne versata una prima tranche da un miliardo e, nel '94, quando la famiglia vinse in Cassazione la causa per quel maxi-risarcimento che la vedeva opposta all'Imi e al centro del processo. ''Nel frattempo gli interessi del 10% in Svizzera avevano portato la cifra a 18 milioni di franchi svizzeri''. Durante questi anni Previti non aveva sollecitato il pagamento della somma ''anche se importante'', ''perché non l'ho mai fatto con nessun mio cliente''.In 7 ore di interrogatorio, il parlamentare di Forza Italia racconta anche della sua conoscenza con Stefania Ariosto, intorno alla metà degli anni '80, quando era compagna dell' ex sindaco socialista di Perugia Giorgio Casoli. Una conoscenza approfondita di tanto in tanto anni più tardi, quando Stefania Ariosto divenne la compagna dell'ex parlamentare di Forza Italia Vittorio Dotti. Stefania Ariosto ''non ha mai messo piede in casa mia - dice Previti -Quanto avvenuto nei luoghi raccontati da Stefania Ariosto è frutto di pura invenzione''.

Affermazioni alle quali Ariosto risponde dalle colonne di Repubblica: ''Ha ragione Filippo Mancuso, Cesare Previti è un ricattatore. Lui ha in pugno Berlusconi. Solo lui riesce a farsi ritagliare su misura leggi, come la Cirami, per salvarsi dai processi, alla faccia della Costituzione e del principio di uguaglianza tra i cittadini''. La deposizione di Previti innesca reazioni a catena, la più vistosa delle quali è l'editoriale molto duro nei confronti del deputato di Forza Italia di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, nel quale si chiedono le dimissioni dall'incarico parlamentare per questioni di opportunità legate alla confessione di evasione fiscale da parte dell'ex ministro. ''Assodato dunque che io non ho corrotto alcun giudice - puntualizza in una piccata risposta Cesare Previti - è il caso di spiegare che io non ho neanche ammesso alcuna evasione fiscale: non ho certo scelto il male minore, un danno morale al posto di una condanna per corruzione. Perché se è vero che negli anni passati ho avuto delle disponibilità all'estero, è altrettanto vero che questa situazione io l'ho regolarizzata e sanata anche attraverso un condono tombale, pagando quando dovuto di legge''. ''Qui non si sta perseguendo un reato - è la conclusione che trae Previti - si sta perseguendo una persona per il suo stile di vita, i suoi ideali, i suoi rapporti''.

La requisitoria di Bocassini
Il 19 ottobre il presidente della IV sezione del Tribunale Penale, Paolo Carfì, respinge le istanze delle difese per il rinvio del processo ma lascia loro aperta la possibilità di tenere le arringhe dopo la conclusione dell'iter della legge Cirami e dopo la comunicazione della Cassazione davanti alla quale pendono le richieste di rimessione del processo. Il pm Ilda Bocassini, a questo punto, può iniziare la sua requisitoria. Lo fa con un colpo di scena: prima di illustrarne i motivi, chiede pene severe per tutti gli imputati: 13 anni e 6 mesi di reclusione per Vittorio Metta; 13 anni per Cesare Previti e per Attilio Pacifico; 10 anni per Renato Squillante e Filippo Verde; 7 anni per Giovanni Acampora; 7 anni per Felice Rovelli con la concessione delle attenuanti generiche; 5 anni e 4 mesi per Primarosa Battistella (moglie di Rovelli) , con la concessione delle attenuanti generiche. E ancora, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e per gli avvocati Pacifico, Previti e Acampora l'interdizione dalla professione per 5 anni. Con pazienza e grinta feroce, dopo anni di battaglia legale, Bocassini ricostruisce una vicenda che ormai, sostiene, è sufficientemente chiara: partendo dalla cosiddetta provvista Rovelli, i 67 miliardi che per l'accusa sono stati versati sui conti di Previti (21 mld), Pacifico (33) Acampora (13), illustra ''l'impiego che i singoli imputati hanno fatto di queste somme''. Il pm cita con precisione e riferimenti a documentazione depositata agli atti le centinaia di movimenti e di operazioni bancarie a partire dal '94 anche dopo gli arresti di Squillante e Pacifico, non senza tralasciare, pero', i versamenti fatti dalla famiglia del petroliere nel '91.

Le tesi degli imputati (Previti, accusa la pm, ha fornito due versioni ''differenti e contradditorie'' per giustificare quel versamento) sono deboli, fragili, inconsistenti. Le ricostruzioni bancarie fatte dai loro consulenti tecnici ''non condivisibili'', incongrue, incomplete. Una ''è davvero fantascientifica'', un'altra ancora è degna di un romanzo giallo'' ambientato in un istituto bancario svizzero, dove ''c'è un direttore sprovveduto e pasticcione e dove la vittima è un ignoto giudice italiano''. ''L'ipotesi accusatoria trova conferma nelle carte processuali. Sono movimenti che ricaviamo da documenti bancari, da prove incontrovertibili'', prosegue Boccassini, che non nomina mai Stefania Ariosto. La pm rinnova la richiesta di sequestro di 20 mln di euro di Pacifico e Squillante in Liechtenstein (già sequestrati dall'autorità giudiziaria in quel Paese) e di somme che dovrebbero essere ancora sui conti di Previti alle Bahamas. Ma l'attacco più duro, con toni insuali in un'aula di tribunale nei confronti di ex colleghi, è per i giudici romani Squillante, Metta e Verde: ''C'è una cosa che accomuna questi tre magistrati, servitori dello Stato che hanno giurato fedeltà alla Repubblica e alla costituzione in nome del Popolo italiano: sono tutti e tre evasori fiscali''. C'è stata una tangente versata dai Rovelli, e parte dei fondi sono andati agli avvocati e parte ai magistrati: ''Quei magistrati - accusa Bocassini -hanno ammesso di essere solo evasori fiscali e che i loro fondi all'estero venivano gestiti da avvocati''. ''Mi hanno insegnato che l'autonomia e l'indipendenza della magistratura non è un concetto astratto, ma è anche qualcosa che deve apparire tale. Allora quale garanzia di autonomia e indipendenza ha dato chi doveva amministrare le leggi e non l'ha fatto? Come si permette il giudice Metta di parlare di orgoglio della propria funzione giurisdizionale? Come si fa, nell'esercizio delle proprie funzioni, non solo a violare la legge ma a farsi assistere da avvocati dello stesso distretto?''. ''Qui c'è il legittimo sospetto di essere merce di ricatto - prosegue - nel momento in cui hanno dato la loro vita, i loro interessi economici, ad avvocati che esercitavano nello stesso foro. La loro vita nelle mani di avvocati che potevano ricattarli''. Insomma, "sono giudici corrotti e che si sono fatti corrompere perché nel Dna avevano questo''.

La requisitoria del pm si conclude il 20 ottobre, con la parte riguardante la vicenda Lodo Mondadori. Anche per questa fattispecie Bocassini fornisce elementi che a suo avviso provano "fatti di una gravità inaudita, perché IMI-Sir ha determinato il pagamento da parte dello Stato di mille miliardi di lirenel '94 e nel lodo c'eraun interesse determinante quale quello della libertà di informazione, una garanzia in un regime democratico - spiega- Incideresu questo diritto da parte di alcuni magistrati che sistematicamente si sono fatti corrompere è una delle ipotesi più gravi previste dal codice penale, perché una magistratura autonoma indipendente, che deve garantire l'uguaglianza dei cittadini di frontealla legge, è l'ultimo baluardo per evitare che si trascenda nella barbarie". Nessuna attenuante, dunque: dopo 2 anni e 5 mesi di dibattimento Bocassini chiede una condanna dura perché "le prove sono macigni" e illustrano "un capillare controllo del territorio e per territorio intendo la Suprema Corte". "C'era una struttura militare", aggiunge con asprezza, orgoglio e il linguaggio, a lei familiare, dei processi per mafia. ''Le parole del Pm Ilda Boccassini, se riferite ai magistrati della Suprema corte, sono incredibili e particolarmente gravi'', replica a stretto giro di posta l'ex presidente dell' Anm Antonio Martone. ''Non so sulla base di quali elementi il Pm di Milano possa fare queste affermazioni: io lavoro in Corte di Cassazione da 16 anni e posso dire che i collegi giudicanti che si sono occupati della vicenda Imi-Rovelli sono sempre stati formati da magistrati eccellenti''. E' solo l'assaggio di polemiche feroci che investono gli ambienti politici, mentre il processo, di nuovo, sembrasul punto di bloccarsi. I difensori per cominciare le loro arringhe vogliono aspettare la decisione della Cassazione, che dovrà decidere sull'istanza di trasferimento ad altra sede, dopo che la Corte Costituzionale scioglierà la questione del legittimo sospetto, come concesso ieri da Paolo Carfì, presidente del collegio, dopo aver respinto la richiesta di differire la requisitoria frale proteste delle difese. Arringhe che potrebbero anche non essere svolte se la Cassazione decidesse di trasferire il processo a Brescia.

IMI-SIR
Il processo Imi-Sir nasce però in anni ancora più lontani, rispetto a quelli delle denunce di Stefania Ariosto. Siamo nel 1982: Nino Rovelli chiama davanti al tribunale di Roma...
LODO MONDADORI
Il 19 giugno 2000 un terzo processo originato dalle indagini della Procura di Milano su ipotesi di corruzione in atti giudiziari si conlcude con il proscioglimento degli imputati...
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