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ITALIA
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Fermare l'escalation della
crisi macedone ''prima che sia troppo tardi'', impegnado tutti gli
strumenti offerti da OSCE, Unione Europea, NATO.
La posizione del governo italiano
è chiara: bisogna evitare il contagio della crisi macedone
al Kosovo, riaccendendo nei Balcani nazionalismi ed estremismi.
La situazione in Macedonia, per il
ministro degli Esteri Lamberto Dini, è fonte di ''grande preoccupazione''
e continua ad essere al centro di assidui contatti telefonici con
i partner europei del gruppo di contatto. ''Dobbiamo riprendere in
mano la situazione - ha detto Dini - perché rischia di precipitare
in nuovi e in parte inaspettati conflitti. Bisogna impedire il dilagare
della crisi alla cui origine sono gli estremisti albanesi kosovari''.
'Tolleranza zero', dunque, verso
i ribelli dell'UCK, che, stando alle accuse di Skopje, sono peraltro
gli stessi che nel Kosovo hanno goduto di indubbie sponde occidentali
in funzione anti-serba. Roma, però, tra le potenze alleate
impegnate nella guerra in Kosovo è quella che più di
altre ha cercato di mantenere aperto un rapporto tradizionalmente
forte con Belgrado. Tanto che ora l'Italia ha appoggiato l''ok della
NATO al ridispiegamento delle forze armate jugoslave in aree cuscinetto
proibite dopo li conflitto kosovaro
E ancora, quanto sta accadendo in
Macedonia, secondo Dini ''necessita di una riflessione e di decisioni''
su quale deve essere il ruolo della NATO e della Kfor, poiché
quest'ultima, al momento, svolge più che altro la funzione
di osservatore. In particolare, per Dini, occorre riflettere e decidere
su un eventuale impegno diretto nell'area di crisi ''per mettere fine
a ciò che sta avvenendo prima che sia troppo tardi, prima che
questo nuovo focolaio di violenze si trasformi in un vulcano''. Per
l'Italia, dunque, potrebbe essere necessario rafforzare quell'attività
di contrasto che attualmente la Kfor non può esercitare in
base al mandato ricevuto. Il comandante della Kfor, il generale Carlo
Cabigiosu, ha infatti anticipato che i soldati italiani nel Kosovo
potrebbero essere presto chiamati a ''svolgere la loro attività
al di fuori del loro settore'', in una zona di prima linea per il
momento non ancora precisata.
I capitali italiani presenti in Macedonia
non sono ingenti. Nel 1999, erano 39 le società nate
dalla cooperazione tra aziende italiane e macedoni. I maggiori settori
in cui operano sono legname, calzature e funghi. Rilevante, nel settore
dei servizi, la presenza del gruppo SOL di Monza, che ha acquistato
la TGS di Skopje, società produttrice di gas tecnici, e del
gruppo italo-svizzero Duferco, azionista di Makstil, proprietaria
dell'acciaieria di Skopje.
Fino a pochi mesi fa, inoltre, erano presenti, attraverso distributori
macedoni, le seguenti aziende italiane: Fiat, Fiat Iveco, Chicco,
Pirelli, Benetton, Lotto, Marazzi, Berloni, Ica, Ilco-Orion.
La Farnesina, inoltre, è preoccupata
dai possibili riflessi migratori di eventuali, nuove, turbolenze balcaniche
(migliaia di profughi potrebbero raggiungere l'Adriatico in poche
ore proprio quando la stagione permette la traversata anche a piccole
imbarcazioni) e dall'indebolimento di una Skopje dimezzata, ha rinnovato
più volte l'appoggio alle autorità macedoni, invitandole
a cercare una soluzione politica del conflitto con l'etnia albanese.
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UNIONE EUROPEA
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Nessun dialogo con i guerriglieri
albanesi in Macedonia. Il responsabile dell'Unione europea per la
polica estera, Javier Solana, lo ha detto chiaro "Sarebbe un errore
trattare con i terroristi. Trattare in questo caso sarebbe un errore
e noi non lo consigliamo''. Solana a Skopje ha incontrato esponenti
di tutti i partiti macedoni, prima dell'arrivo nella capitale macedone
dei tre ministri degli esteri della 'troika' comunitaria (Francia,
Svezia e Belgio).
Negli ultimi giorni l'Unione europea
ha espresso il suo sostegno al presidente macedone Boris Trajkovski
di fronte all'aggravarsi delle violenze albanesi nel nord-ovest del
paese. Il Commissario Ue alle relazioni esterne, Chris Patten,
ha telefonato a Trajkovski ''condannando nel modo più duro
le recenti aggressioni''. Pentita delle recenti cautele sul fronte
del percorso di avvicinamento di Skopje all'Unione, Bruxelles ha accelerato
con il ministro degli esteri macedone Srdjan Kerim il negoziato sull'Accordo
di associazione all'Ue dell'ex-repubblica jugoslava di Macedonia,
che dovrebbe essere firmato in aprile. Nel 2000 la Commissione Ue
ha approvato aiuti umanitari per complessivi 378 milioni di euro (550
miliardi di lire) per i profughi koosvari e le loro famiglie rifugiati
in Macedonia.
L'imperativo, per i Quindici, è
quello di evitare una nuova guerra balcanica. Gli USA, questa volta,
con l'amministrazione Bush potrebbero scegliere di non intervenire
direttamente, o ridurre il loro impegno militare. Un ulteriore frammentazione
geopolitica nell'area balcanica, d'altra parte, ne aumenterebbe l'instabilità,
disegnando una regione che, dalla federazione bosniaca al Montenegro,
al Kosovo, alla Macedonia, è sensibile alle tentazioni nazionaliste
e mantiene comunque ingredienti endemici di guerre interetniche.
Nella polveriera balcanica non tutti
i Quindici hanno interessi convergenti, ma tutto sommato una Macedonia
ulteriormente indebolita fa comodo a pochi, perché i rischi
di 'contagio balcanico' sono quelli che preoccupano di più.
Meglio appoggiare dunque la ricerca di una soluzione politica della
crisi macedone, che tuteli la minoranza albanese senza appoggiare
in alcun modo il sogno di una grande Albania, per non riaprire la
'questione Kosovo' e far scattare un effetto domino in altre aree
della regione.
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ONU
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La Macedonia ha chiesto che
le Nazioni Unite e la Nato distruggano immediatamente le basi
in Kosovo da dove i ribelli albanesi partono per i loro attacchi contro
la polizia e i villaggi di confine macedoni. Il Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite ha elaborato un documento in cui si condannano
''le continue violenze estremistiche'' contro la Macedonia aggiungendo
che queste ''godono di un appoggio all'esterno del paese''. Ma nel
testo non si fa riferimento al Kosovo, come l'ambasciatore della Macedonia
all'Onu Naste Calovski avrebbe voluto. Londra e Parigi hanno annunciato
che presenteranno ''molto presto'' al Consiglio di Sicurezza un progetto
di risoluzione sulla Macedonia. Per il momento, i particolari di questo
progetto rimangono riservati.
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OSCE
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L'Organizzazione per la sicurezza
e la cooperazione in Europa (Osce) appoggia l'impiego della forza
armata da parte del governo della Macedonia contro i guerriglieri
separatisti albanesi. L'ambasciatore dell'Osce Carlo Ungaro ha dichiarato
che la sicurezza della Macedonia è minacciata. Ungaro ha detto
di sperare che qualsiasi azione intraprenda la Macedonia sia fatta
in cooperazione con la forza di pace a guida NATO in Kosovo (Kfor).
La stessa NATO in precedenza ha esortato le autorità macedoni
a non usare la forza, temendo un dilagare della violenza nella repubblica
ex jugoslava dove un quarto della popolazione e' albanese. Fin
dalle prime ore della crisi, l'OSCE è stata chiamata in causa
dal governo macedone in seguito agli incidenti armati alla frontiera
con il Kosovo per un'azione immediata della forza internazionale.
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USA
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''Gli ultimi avvenimenti in Macedonia
confermano che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno affondando
nelle sabbie mobili della terza fase delle guerre balcaniche'',
dopo la Bosnia e il Kosovo. L'analisi di Ted Galen Carpenter, vice-presidente
del Cato Institute, uno dei 'serbatoi di pensiero' dell'America
conservatrice, testimonia di una possibile evoluzione dell'impegno,
se non della posizione, della Casa Bianca nella crisi macedone.
Per Carpenter è ''folle e pericolosa'' l'intenzione, attribuita
al segretario di Stato Colin Powell, di mantenere nei Balcani truppe
americane. Un'analisi condivisa a Washington in circoli repubblicani.
Specialista dei problemi di difesa e di politica estera, Carpenter
peraltro era già stato a suo tempo contrario all'intervento
in Bosnia e poi al bombardamento del Kosovo. Recentemente ha scritto
sulla stampa americana: ''Se mantenesse le truppe in Bosnia, Washington
potrebbe cavarsela per tre o quattro anni senza perdite. Ma non
sarà lo stesso in Kosovo''. Per Carpenter ''il Kosovo è
stato un errore della Nato, che ha agito come se il nazionalismo
serbo fosse il maggiore problema nella regione, mentre il pericolo
maggiore è il nazionalismo albanese''. Allora, bisogna lasciare
i Balcani al loro destino? O gli europei della Nato devono farsene
carico da soli? ''Tocca agli europei decidere se vogliono imporre
una soluzione, il che richiede che le truppe europee restino li'
per molti anni, almeno per due o tre decenni. Oppure, se vogliono
andarsene e lasciare che i combattimenti scoppino, il che accadrà,
e accettare qualsiasi soluzione ne emerga''.
''Per gli europei -sostiene Carpenter
- è una scelta ardua. Se vogliono lo stabilità nei
Balcani, devono essere pronti a imporla anche con i propri mezzi
militari: potrebbe essere un compito lungo e pesante. Altrimenti,
la Bosnia non è in grado di sopravvivere come Stato: senza
la presenza militare internazionale cesserebbe di esistere entro
un anno. La Macedonia è un po' più stabile, ma, come
si vede in questi giorni, ha anch'essa i suoi guai. Quanto alla
Grande Albania, molti Paesi nella regione non la vogliono vedere
nascere, ma gli albanesi sono decisi a crearla: la Nato ha dato
loro questa opportunità intervenendo nel Kosovo e adesso
non riuscirà a fermarli facilmente, se non sostenendo una
lunga guerra di bassa intensità sui confini del Kosovo''.
Diversa,a lmeno per ora, la posizione
ufficiale dell'amministrazione Bush.
Gli Stati Uniti stanno pensando
di inviare alla Macedonia ''aiuti non militari'' per sostenere il
governo di Skopje nella sua lotta ai ribelli albanesi. ''Stiamo
lavorando con il governo della Macedonia per vedere come essere
utili unilateralmente, con aiuti non militari. Noi sosteniamo gli
sforzi del governo macedone a difesa dei suoi confini'', ha detto
la portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Mary Ellen
Countryman. Il portavoce del presidente Usa George W. Bush, Ari
Fleischer, ha contemporaneamente espresso l'appoggio americano per
la decisione della NATO, che intende spostare truppe in Kosovo al
confine della Macedonia per tagliare le linee di rifornimento ai
ribelli albanesi. ''Il presidente - ha affermato Fleischer - è
preoccupato dalle azioni degli estremisti albanesi''.
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NATO
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Negli ultimi giorni l'Alleanza ha moltiplicato
i segnali di sostegno al governo macedone e le messe in guardia
ai leader albanesi. Il segretario generale dell'Alleanza George
Robertson ha inviato a Skopje il suo rappresentante Daniel Speckhard.
Un segnale che la NATO prende molto sul serio i preoccupanti sviluppi
alla frontiera con il Kosovo.
Per settimane, però, Stati Uniti
e Nato hanno minimizzato la portata degli incidenti lungo la frontiera
tra Kosovo e Macedonia. A febbraio, durante una conferenza stampa
congiunta a Washington con il segretario generale della Nato Lord
Robertson, il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld ha
definito ''relativamente stabile'' la situazione al confine.
La novità più significativa,
21 mesi dopo l'accordo di Kumanovo che mise fine alla campagna militare
della NATO in Jugoslavia, è l'assenso dell'Alleanza Atlantica
al ridispiegamento delle forze serbe nella zona di sicurezza fra
Serbia e Kosovo in un'area limitata al confine con la Macedonia.
Il via libera riguarda solo una sezione minima della fascia tampone,
lunga 400 chilometri e profonda 5, che dal giugno 1999 era 'off
limits' per i serbi.
Al di là della modesta superficie
di territorio interessata - pochi chilometri ribattezzati 'Charlie
East' - si tratta di un evento dalle conseguenze rilevanti: in primo
luogo, per il forte segnale politico della NATO a Belgrado, che
incassa un primo risultato concreto del nuovo corso; parallelamente,
per i riflessi sulla situazione sempre più preoccupante a
ridosso della frontiera con la Macedonia, teatro delle attività
dei guerriglieri separatisti albanesi. A questi ultimi il segretario
generale della Nato George Robertson ha inviato un secco
avvertimento: l'Alleanza ''è determinata a far si' che gli
elementi estremisti che tentano di seminare instabilità e
di far avanzare la loro agenda politica con la violenza siano fermati,
sia nel sud della Serbia, che in Macedonia o in Kosovo''.
Obiettivo finale dei movimenti sul campo
delle forze NATO, ha precisato Robertson, è la completa ''abolizione''
della striscia smilitarizzata. Spetterà al comandante della
forza Kfor, il generale italiano Carlo Cabigiosu, che mantiene l'autorità
assoluta sull'intera zona di sicurezza, indicare sul terreno ai
reparti serbi le modalità, il tipo di armi (leggere) utilizzabili
ed i tempi del ''rientro controllato'' nel primo settore autorizzato
dal Consiglio Atlantico. Sempre il Consiglio dovrà dare volta
per volta l'ok all'ingresso dei militari serbi in altre sezioni
della fascia di sicurezza, che sarà accompagnato dallo schieramento
di osservatori internazionali. Il segmento più critico, quello
nella regione di Presevo in cui i gruppi separatisti agiscono da
mesi con molta frequenza, sarà restituito ai serbi per ultimo
e solo quando Belgrado avrà dimostrato di rispettare precise
condizioni poste dalla NATO.
Belgrado sarà inoltre chiamata
ad effettuare una rotazione delle truppe impiegate nella zona, rilevando
il Corpo d'armata Pristina che si sarebbe compromesso in azioni
di pulizia etnica.
Per contrastare le imboscate dei
guerriglieri dell'UCK, la NATO ha disposto controlli a tappeto nell'area
di confine fra il Kosovo e la Macedonia, con più pattugliamenti
a terra, intercettazione elettronica e una sorveglianza aerea rafforzata,
nonché misure di cooperazione con l'esercito e la polizia
di Skopje.
Le autorità militari hanno
già avviato la preparazione di piani ''per ogni evenienza'',
compresa quella di una estensione del mandato della KFOR in caso
di aggravamento della situazione. Oltre alle misure militari al
confine, la Nato ha varato un programma di assistenza alla rifondazione
dell'apparato di sicurezza del piccolo stato post-jugoslavo, in
particolare per il controllo della frontiera, sulla base delle conclusioni
cui è giunto un team di esperti alleati guidato dal colonnello
dei carabinieri Vincenzo Coppola che ha studiato per quattro mesi,
da novembre a febbraio, le strutture militari e di polizia di controllo
del confine macedone. L'Italia e' uno dei paesi alleati che più
premono per questi programmi di cooperazione con tutti i paesi dell'area.
La Macedonia ha chiesto l'assistenza
di Nato e Ue per la creazione di un corpo moderno di guardie di
frontiera, per contrastare le infiltrazioni della 'nuova' Uck ma
anche le organizzazioni criminali attivissime sui confini colabrodo
dell'area. Stando alle fonti non e' escluso un collegamento fra
i guerriglieri (sarebbero fra 300 e 600 secondo le stime degli esperti
alleati) e le organizzazioni criminali albanesi attive in tutta
l'area, dalla valle del Presevo all'Albania, dal Kosovo a Tetovo.
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RUSSIA
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Ai Balcani, nel corso dei secoli, la
Russia ha sempre guardato. E dopo la guerra del Kosovo, la crisi
macedone offre a Mosca l'occasione per tornare a muoversi con la
sua diplomazia nell'area, evocando tra l'altro la possibilità
di un'azione di forza da parte della comunità internazionale
per fermare gli attacchi della guerriglia etnica albanese contro
la Macedonia. A richiamare questa eventualità, seppure per
ora solo come extrema ratio, è stato lo stesso presidente
Vladimir Putin, in un recente messaggio inviato al presidente jugoslavo
Vojislav Kostunica. Un messaggio nel quale Putin definisce Kostunica
''il garante delle riforme democratiche in Jugoslavia'' e invoca
maggiore sostegno internazionale al nuovo governo di Belgrado. Putin
denuncia che le milizie albanesi dell'ex Uck ''stanno allargando
l'area della loro attività terroristica diffondendola nel
sud della Serbia e nella parte settentrionale della Macedonia''.
Solo ''energiche azioni politiche e, in caso di necessità,
l'uso della forza da parte della comunità internazionale
possono fermare il conflitto'', scrive il leader del Cremlino.
Il rischio è perdere ancora una
volta il controllo della situazione nei Balcani. ''Nessuno sa cosa
fare con i separatisti albanesi'', ha detto Putin, evidenziando
polemicamente come essi siano ''stati armati'' in passato dall'esterno.
Mosca, da sempre contraria alla politica occidentale nel Kosovo
e critica sui rischi di destabilizzazione legati all'asserita condiscendenza
degli Usa verso le rivendicazioni albanesi, è comunque intenzionata
ora a ''concordare le sua posizioni sia con i suoi partner nei Balcani
sia con l'Europa e gli Stati Uniti''.
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ALBANIA
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Ha sempre negato ogni coinvolgimento
nelle azioni di guerriglia dell'UCK, nel Kosovo prima, in Macedonia
oggi, anche quando non era in grado di impedire scorribande dei
guerriglieri ai confini e campi addestramento sulle sue montagne.
Il sogno della 'grande Albania', d'altra parte, risale ad oltre
cento anni fa, ma appare troppo grande per l'Albania di oggi: riunire
in uno stesso Stato gli albanesi del Kosovo, dell'Albania e della
Macedonia. Un'idea che ebbe il suo primo formale battesimo a Pizren,
nel 1878, dove gli albanesi si erano riuniti in una Lega per difendersi
dall'invasione del Kosovo da parte dei serbi durante la guerra russo-turca.
I delegati del movimento nazionalista formularono in quell'occasione
l'ambizioso disegno della formazione di uno stato in funzione anti-serba
ed anti-slava che avrebbe dovuto estendersi dall'Albania propriamente
detta fino al Montenegro meridionale al nord e al Kosovo e alla
Macedonia occidentale ad est. Nel 1881 la Lega di Pizren controllava
tutto il Kosovo e la Macedonia occidentale prima di essere schiacciata
dalla repressione ottomana. La 'grande Albania' svanì con
la pace di Londra, firmata il 30 maggio 1913 al termine della prima
guerra balcanica, nella quale venne si' sancita la nascita di uno
stato albanese, ma più piccolo di quello sognato.
Impossibile per Tirana ignorare
il dramma dei fratelli vicini, ma impossibile, anche, accoglierli
tutti nel caso di nuove feroci repressioni e correnti migratorie.
I kosovari, oggi sotto protettorato internazionale dell'Onu, continuano
a rivendicare l'indipendenza della provincia da Belgrado, mentre
i guerriglieri albanesi attivi nella Serbia meridionale, che hanno
formato l'Esercito di liberazione di Presevo, Medvedje e Bujanovac
(Ucpmb), rivendicano l'autonomia della regione e in prospettiva
un'unione con il Kosovo indipendente.
L'Uck di Macedonia vuole una Federazione
con due componenti, una slavo-macedone e una albanese-macedone.
Impossibilitata a sostenere militarmente e finanziariamente il sogno
di una 'grande Albania', Tirana prova a farsi tramite nella comunità
internazionale delle istanze delle comunità albanesi, ma
i leader degli albanesi del Kosovo e della Macedonia vogliono trattare
in proprio e venire riconosciuti come soggetti politici rappresentativi
senza deleghe in bianco alla debole Tirana. I canali di autofinanziamento
dei gruppi guerriglieri, inoltre, scavalcano i controlli delle autorità
albanesi e affondano le radici in rapporti indipendenti con gli
albanesi all'estero (anche nel Nord America) e con ambienti vicini
a clan malavitosi.
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GRECIA
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Per i macedoni è un po' il grande
nemico, il Paese che ha impedito a lungo il riconoscimento internazionale
di Skopje e lo ha condizionato all'adozione di un nome, 'Fyrom'.
Anche se le relazioni diplomatiche fra i due paesi sono nettamente
migliorate dal settembre 1995 grazie allo stop dell'embargo greco
e a un accordo 'interinale', la Grecia è ancora il maggiore
ostacolo all'ingresso di Skopje nella Ue e nella NATO. Clamoroso
e significativo l'incidente diplomatico che nel marzo 2000 vide
protagonista il ministro degli Esteri greco Ghiorgos Papandreu.
Quest'ultimo si rifiutò di salire su un aereo dell'Aviazione
civile macedone, per una rapida visita a Skopjie, perché
il mezzo aveva la scritta 'Macedonia'. Impassibile nell'aeroporto
di Atene, il ministro aspettò per due ore che la scritta
venisse cancellata e sostituita con la più criptica 'Fyrom'.
Oggi, la Grecia segue ''con preoccupazione
le attività di gruppi terroristici albanesi'' nel Kosovo
e nell'ex repubblica jugolava di Macedonia (Fyrom) e ha offerto
appoggio a Skopje, secondo quanto ribadito dal ministero degli Esteri.
Papandreu ''è in costante contatto telefonico con il governo
di Skopje e con quello svedese, a cui spetta la presidenza di turno
dell'Ue, per seguire gli sviluppi della situazione''.
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BULGARIA
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E' l'altro vicino ingombrante di Skopje.
Lo dice la storia di secoli, e anche quella degli ultimi anni. Nell'immediato
dopoguerra Sofia ha sempre considerato la creazione di una repubblica
macedone all'interno della Jugoslavia come una manovra da parte
di Belgrado per estendere la sua influenza a regioni della Bulgaria
che, stando alla Jugoslavia, erano popolate da macedoni. E i macedoni,
per Sofia, sono sostanzialmente più bulgari che jugoslavi
o albanesi. Quasi fratelli minori da tutelare di fronte agli appetiti
di altre potenze regionali.
Più articolata la posizione attuale.
Il presidente bulgaro Stojanov ha dichiarato pubblicamente il 5
marzo che "la Bulgaria è pronta a aiutare la Macedonia con
tutto ciò di cui quest'ultima ha bisogno in questo momento,
incluse forze armate. La crisi macedone costa molto alla Bulgaria,
perché le nuove tensioni confermano l'immagine dei Balcani
come una polveriera e tengono lontani gli investitori". Ma il Consiglio
dei Ministri bulgaro ha preso le distanze da Stojanov per voce del
ministro della difesa Noev: la Bulgaria potrebbe inviare truppe
solo nell'ambito di una missione ONU e in collaborazione con altre
organizzazioni internazionali. A Stojanov non è rimasto che
rivedere la sua posizione armonizzandola con quella del governo,
ma premendo per un maggiore ruolo di iniziativa della Bulgaria al
fine di ottenere l'invio di una missione ONU. Nessuna ambizione
di riproporsi come autonoma potenza regionale, insomma, almeno non
al di fuori di iniziative 'tollerabili' dall'Occidente.
In ogni caso, il 7 marzo i ministeri
della difesa bulgaro e macedone hanno firmato un accordo per la
fornitura gratuita di armamenti dall'esercito di Sofia a quello
di Skopje, basata su un elenco fornito dai militari macedoni. L'8
marzo l'accordo è stato ratificato in cinque minuti e all'unanimità
dal parlamento bulgaro riunitosi in seduta chiusa. In quattro e
quattr'otto
72 autocarri militari bulgari sono
arrivati a Kumanovo, nella Macedonia settentrionale con armi e sistemi
di rilevamento mine. Certo,l'offerta di inviare truppe bulgare,
in passato avrebbe scatenato a Skopje una vera rivoluzione: per
decenni Sofia si è servita dell'irridentismo dei macedoni
slavi per inglobarli nella 'Grande Bulgaria'. D'altra parte, i bulgari
hanno a lungo sostenuto una nazione macedone indipendente.
La Macedonia, insomma può essere
per Sofia terreno per estendere la sua influenza nella regione in
una fase che vede la Jugoslavia in ginocchio, ma anche la chiave
per accelerare l'ingresso nella NATO (il governo ha già dato
la sua disponibilità per il passaggio di truppe dell'Alleanza
sul proprio territorio per intervenire in Macedonia) e l'avvicinamento
all'Unione Europea.
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YUGOSLAVIA
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Belgrado per prima, dopo la seconda guerra
mondiale. ha creato una repubblica macedone inserita nella Federazione
Yugoslava. Ma sempre Belgrado ha respinto ogni istanza di autonomia
e riconoscimento dei diritti macedoni. Oggi, per i rinnovati vertici
della Repubblica Yugoslava, la crisi macedone è anche un'occasione
da cogliere: l'Occidente sembra riconoscere che i 'vuoti di controllo
militare' imposti in Kosovo ai serbi sono pericolosi, l'appoggio
dato da NATO e Ue a Skopje potrebbe togliere ossigeno all'UCK anche
in Kosovo.
Sul piano dei rapporti bilaterali, Macedonia
e la Jugoslavia hanno posto fine alla disputa che si trascinava
ormai da dieci anni rispetto ai confini tra i due paesi. L'accordo
è stato firmato dai presidente dei due Stati. "L'accordo
è un chiaro segno che i confini devono essere permanenti
e rimanere immodificati, pur rimanendo allo stesso tempo aperti
alla gente", ha sottolineato il presidente Kostunica dopo la firma.
Le trattative per l'accordo, riprese dopo lungo tempo, sono durate
due mesi. I punti più controversi sono stati quelli relativi
ad alcune quote strategiche nel triangolo dove si incontrano i confini
della Jugoslavia, della Macedonia e dell'Albania. I negoziati sono
stati condotti sulla base dell'intesa intergovernativa jugoslavo-macedone
dell'8 aprile 1996, con la quale il confine amministrativo tra i
due paesi è stato riconosciuto come infrastatale.
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FRANCIA
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In contatti telefonici successivi all'incontro
parigino dello scorso primo marzo con il presidente macedone Boris
Trajkovski, il presidente francese Jacques Chirac ha "auspicato
una azione risolutiva della Kfor in Kosovo'' al fine di ''porre
fine alle azioni terroriste in Macedonia''.
Parigi intende anche muoversi al
Palazzo di Vetro di New York.
Francia e Gran Bretagna, secondo
quanto annunciato da uno dei portavoce del Quai d'Orsay, Bernard
Valero, presenteranno ''molto presto'' al Consiglio di sicurezza
dell'Onu un progetto di risoluzione sulla Macedonia. Valero non
ha aggiunto particolari sul contenuto del progetto, indicando che
deve essere sottoposto agli altri membri del Consiglio.
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GERMANIA
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E' il Paese più impegnato
militarmente nella Kfor, con gli USA, in un'area, quella balcanica,
dove solo qualche decennio fa un soldato tedesco avrebbe evocato ricordi
sinistri. Proprio Berlino si è adoperata per dare voce alla
Macedonia nel vertice europeo di Stoccolma. Il cancelliere tedesco
Gerhard Schroeder ha rivolto a nome di Francia e Germania un
appello per la fine delle violenze. ''Il presidente macedone ha chiesto
di parlare a Stoccolma e io credo, con tutto il rispetto dovuto alla
presidenza svedese (dell'Unione europea), pensiamo che sia possibile'',
ha affermato Schroeder al termine di una cena con il presidente francese
Jacques Chirac e il premier Lionel Jospin a Herxheim-Hayna, nel sudovest
della Germania. ''Rivolgiamo un appello alle diverse parti affinché
mettano fine alla violenza (...) Appoggiamo il governo macedone nella
ricerca di una soluzione politica e accogliamo con favore la sua posizione
nei confronti della minoranza albanese del paese'', ha detto Schroeder.
Parlando a nome dei due paesi, il cancelliere ha aggiunto che ''siamo
d'accordo che nessuno, tantomeno i gruppi terroristi albanesi, può
mettere in discussione l'integrità territoriale della Macedonia''.
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GRAN BRETAGNA
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Il ministro degli esteri britannico Robin
Cook ha espresso piena solidarietà al governo della Macedonia
sottolineando che esso ''rappresenta le due principali comunità
etniche (slava macedone e albanese) e che ha fatto grandi passi
per colmare le divisioni'' interne al Paese. ''Siamo preoccupati
per la situazione in Macedonia.- ha detto Cook - Non ci sono scuse
o giustificazioni per il comportamento dei gruppi armati estremisti.
La maggioranza del popolo di entrambe le comunità in Macedonia
vuole pace e stabilità. Il compito della comunità
internazionale è contribuire ad isolare questi estremisti'',
si legge in una nota dello stesso Cook. Inutile dire che Londra
garantisce il pieno appoggio alle iniziative ''della Nato per contribuire
al rafforzamento della stabilità e della sicurezza in Macedonia'',
anche se per il momento non sembra disponibile ad aumentare il suo
contributo alla Kfor, la forza di pace a guida Nato in Kosovo. ''Attualmente
non ci sono piani'' in questo senso, ha detto un portavoce del ministero
della Difesa. La Gran Bretagna ha in Kosovo 5.500 soldati della
7/ma brigata corazzata. Per ora la Gran Bretagna ha fatto invieto
''un team di militari'' nell'area critica.
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