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| DOPO
LA GUERRA, LA POLITICA |
Agli
americani la situazione è sfuggita di mano. Doveva
essere controllata l'avanzata dell'Alleanza del
Nord con destinazione Kabul. Un controllo a misura
di bombe, chirurgiche ma fino a un certo punto.
Bombe sulle truppe talebane e sui civili, bombe
che hanno aperto la strada ai mujaheddin dell'Alleanza
che si sono trovati un'onda verde fino alle porte
di Kunduz e Khandahar.
Una modularità nella conquista delle terre controllate
dai talebani avrebbe permesso di gestire meglio
la transizione. Ora i mujaheddin sono padroni del
territorio. Almeno fino agli estremi meridionali
del Paese, lì dove la comunità Pashtun è ancora
forte. Per ora sono accolti da trionfatori: musica
che torna nelle strade, barbieri che fanno affari
d'oro per rasare barbe politicamente scorrette.
Ma fino a quando?
È qui la risposta, dal momento che fino ad ora gli
uomini dell'Alleanza sono stati accolti come liberatori.
Hanno liberato Kabul, Mazar-i-Sharif dalla morsa
degli studenti del Corano. Ma la loro è una alleanza
instabile. Ne hanno dato prova dopo l'invasione
sovietica del 1979: uniti nel combattere e ricacciare
indietro i blindati russi dopo la fine della guerra,
divisi all'ultimo sangue per gestire il potere e
trattare sulla questione dell'oleodotto russo. Da
qui il finanziamento Cia, via Pakistan, e la nascita
del regime talebano.
Ma l'Afghanistan, eterno campo di battaglia, resta
disseminato da oltre 10.000 mine. Gambe che saltano,
bambini martoriati dagli effetti delle bombe dai
mille colori. Molte la ha fabbricate anche l'Italia.
Un'industria, quella bellica, che ha alzato diversi
fatturati facendo nascere oltre al nemico dal turbante
nero anche quello invisibile, nascosto sotto la
sabbia.
[I
nuovi padroni dell'Afghanistan: vedi la cartina]
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| GLI
AIUTI: TRA OCCIDENTE E ISLAM |
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I
numeri
7.000.000: gli afghani la cui sussistenza dipende dagli aiuti umanitari.
1: quanto percentualmente coperto dagli aiuti paracadutati dagli americani.
620: il valore in miliardi di lire di quanto offrirà l'Unione europea.
680: il valore in miliardi di lire degli aiuti Usa perché per Washington - come scrive il New York Times - "non è solo carità. È una strategia di base, parte della campagna occidentale per far vedere agli afghani che la coalizione a guida americana può dar loro una mano a vivere vite nuove".
20-50mila: le tonnellate di cibo necessario per 3 mesi.
52.000: le tonnellate di cibo consegnate agli afghani per coprire dal 15 ottobre al 15 novembre, come aveva previsto l'Onu
870mila: le persone che, secondo il Wfp (world food programme), sono a rischio per la ricezione degli aiuti. Vivono sugli altipiani del centro dell'Afghanistan e per loro costituirà un
grave problema tanto l'inverno che avanza quanto il blocco delle vie di comunicazione.
17: le donne che muoiono ogni 1000 parti;
165: i bambini che muoiono ogni 1000 nati vivi;
257: i bambini, ogni 1000, che muoiono entro i cinque anni di età;
A Termez, in Uzbekistan, proprio a ridosso del confine, ci sono tonnellate di aiuti. «Basterebbe un'ora per arrivare a Mazar-i-Sharif - spiega Claus William, coordinatore di Medècins sans Frontières - invece ci vogliono giorni perchè il "ponte della pace" è stato minato e nessuno si decide a togliere gli esplosivi». La vecchia "via della seta" si ferma lì. Nel frattempo gli aiuti devono essere caricati su una chiatta per attraversare gli 800 metri dell'Amu Darya: 200 tonnellate a viaggio, contro le 15.000 giornaliere che potrebbero transitare sul ponte.
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| QUELLI
DI EMERGENCY |
Kabul, il ritorno
di Gino Strada (dal sito
di Emrgency)
A quest'ora lo saprete già, siamo a Kabul. Vorrei raccontarvi come e perché, ad evitare fraintendimenti e speculazioni di chi cerca di farci passare per quel che non siamo, se non altro perchè non ci interessa di esserlo. Come sapete, la decisione presa a Milano il 17 maggio, di chiudere il Centro Chirurgico di Kabul, non é stata facile. Certo, c'era - e credo correttamente - una ragione di protesta nei confronti di un regime autoritario e violento, che non aveva esitato a mandare gente armata a picchiare e arrestare personale sanitario. E c'erano, ovviamente, preoccupazioni per la sicurezza del nostro staff e dei nostri pazienti. Ma al tempo stesso, non abbiamo mai smesso, da allora, di tenere aperto il dialogo con le autorità di Kabul, per rendere possibile la riapertura dell'ospedale, perché qui a Kabul il nostro ospedale é l'unica speranza di cura specializzata e gratuita per la popolazione civile.
Abbiamo tenuto aperto il dialogo anche dopo l'11 settembre, e quando - é bastata mezza giornata - si é disegnato un possibile attacco militare all'Afghanistan, abbiamo fatto ai talebani una proposta precisa, che potremmo riassumere così.
Emergency torna a Kabul per riaprire l'ospedale, perché ce ne sarà bisogno Mettiamo in un cassetto le divergenze, che restano, su molte questioni, enormi e difficilmente conciliabili.
Ne discuteremo di nuovo, quando non ci sarà una tragedia umanitaria in atto, per ora la sola cosa che conta davvero é garantire cure mediche urgenti ai feriti e alla popolazione.
Bene, questa proposta l'abbiamo fatta il 12 settembre, e in linea di principio é stata accolta.
Avremmo fatto la stessa proposta a tutti, senza discriminazioni, in una situazione analoga. A New York non mancano certo medicine ed ospedali, ma se ci fosse stata una sede di Emergency a Manhattan, i nostri volontari avrebbero dato una mano, per portare aiuto alle vittime del WTC.
Abbiamo continuato a lavorare per tornare a Kabul, ostinatamente, non ci siamo rassegnati neanche quando ci é stato rifiutato di salire su due aerei - verso il 20 di settembre - che si recavano vuoti, ripeto vuoti, a Kabul per evacuare gli ultimi stranieri rimasti.
Siamo passati attraversando, in jeep e a cavallo, le montagnedell'Hindukush, per arrivare ad Anabah dopo cinque giorni.
Non é stato facile raggiungere tutti gli accordi necessari per il passaggio del fronte - credo di essere diventato dipendente dal the, tanti io e Kate ne abbiamo dovuti bere in interminabili riunioni. Tanto per cominciare i talebani hanno dato ordine a tutti gli occidentali di lasciare l'Afghanistan, in secondo luogo c'era, e c'é!, un problema di sicurezza non irrilevante, visto che per Kabul circolano un bel po' di terroristi, mercenari della Jihad che non amano certo aver a che fare con una signora inglese (Kate) né con un chirurgo italiano. Infine, cosa non da poco, come passare un fronte ermeticamente chiuso e con pesanti combattimenti (e bombardamenti!) in corso da ormai un mese.
Abbiamo deciso di provarci, armati - scusate la parola - di quel poco di incoscienza e fatalismo che a volte occorre quando la ragione, o la razionalità, sembrano suggerire che sarebbe meglio lasciar perdere. Alla fine ci ha convinto la disponibilità dello staff afgano di Emergency a darci una mano, a rischiare anche di persona perché i civili di Kabul possano essere curati.
E' lo stesso staff che, ad Anabah come a Kabul, non si é tirato mai indietro, quando c'era da fornire immediatamente sangue a feriti in fin di vita, senza chiedersi a che etnia appartenessero.
Senza di loro, Emergency non sarebbe riuscita a tornare a Kabul. Perché dall'una parte e dall'altra, qualcuno dovrebbe decidere di viaggiare con noi, sulle stesse macchine, attraverso le linee del fronte dove i bombardamenti sono costanti e rischiare la vita perché Emergency torni a Kabul? Per lo stipendio? No, non credo, si può anche lavorare per lo stipendio, ma per uno stipendio non si rischia la pelle, non qui dove il rischio é tutt'altro che teorico.
Meglio essere chiari su un punto: noi siamo qui per curare i civili, perché, come succede ogni volta in guerra, le risorse sanitarie, quelle poche che ci sono, sono "riservate" ai combattenti. Questi ultimi, a Kabul, hanno un loro ospedale, il più grande, l'unico che ha ancora qualche scorta di medicine etc.
Ma, lo abbiamo sempre detto ed é proprio il caso di ribadirlo in questi giorni, Emergency non ha mai cacciato nessuno presentatosi ferito e sofferente alla porta di uno dei nostri ospedali. Nessuno, mai, e non lo faremo neanche questa volta.
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